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Analisi: la forza di Milano, il rebus Da Ros, gli equivoci e quella magia persa…

Storia con finale scritto in partenza. Per fortuna l’unico presupposto richiesto alla squadra di Eugenio Dalmasson, giocare con dignità, è stato rispettato appieno. Questo basta per metabolizzare una sconfitta indolore, rendere merito ad una corazzata che oggi ha anche un’identità, guardare al futuro che risponde anche ai nomi di Jakob Cebasek e Marcos Delia.

L’Armani 2020/21

L’Armani Milano di questa stagione ha tutte le carte per essere un top team europeo: non gioca da presuntuosa ma gioca con applicazione, non lesina energie ma le consuma in modo omogeneo, ha dei leader (Datome su tutti) che metterebbero d’accordo Nord e Sud Corea con uno sguardo. E’ stupendo vedere coach Ettore Messina con un piede e mezzo in campo per riprendere i propri giocatori sul +18, ordinare loro una difesa press sui 28 metri capendo esattamente il momento in cui potevano mettere in ghiaccio la partita. Milano è strutturata bene, ha personalità forti ma non egocentriche, rimane la variabile Tarczewski che, al momento attuale, è un centro ancora fragile per l’Eurolega di alto livello.

Matteo Da Ros, che facciamo?

Sembra un accanimento, ma in realtà è pura auto-flagellazione. I numeri di inizio stagione parlano chiaro: 16,7 minuti giocati per partita, 1,3 punti realizzati, con il 33,3% da due punti, lo 0% da tre (0/2 ndr.), 2/2 ai liberi, 1 assist e 2,7 rimbalzi. E pensare che non sono i numeri il problema. C’è un appiattimento dell’encefalogramma, un linguaggio del corpo spento che preoccupa, una volontà di estraniarsi dal contesto. Nessuno si aspettava da Matteo il dominio tecnico come fu nelle stagioni in seconda serie, però un atteggiamento propositivo si. Eugenio Dalmasson e Trieste sono stati la sua rinascita cestistica, lui è stato straordinario nell’ergersi protagonista; oggi fatica a fare quel salto di qualità di veicolare in meno minuti il potenziale cestistico, attaccando il canestro ed essendo presente in fase offensiva, non solo per scaricare palloni ai compagni. Nel suo ruolo non si può vivere solo di attitudine difensiva, soprattutto in serie A.

Equivoci

Qualcuno ha interpretato le prestazioni di Milton Doyle ne DeVonte Upson in maniera opposta alla mia. Sull’esterno ho davanti una sorta di passerella virtuale di giocatori belli da vedere ma evanescenti. Le triple “a babbo morto” sono la fastidiosa conferma di un cestista che forse ha il limite più pericoloso, quello della relativa personalità. Certo, ha segnato la tripla a Sassari, niente da dire, ma la serie di prestazioni “ha talento ma non lo applica” stanno facendo giurisprudenza. Il lungo ha “incantato” la platea con qualche schiacciata al volo e qualche rimbalzo; la realtà è che è apparso un fuscello in balia dei venti forti lombardi, graziato da Tarczewski alcune volte, considerato poco da Hines. Mai un uno contro uno deciso, balbettante con la palla in mano, difensivamente leggero. Sta crescendo sicuramente in verticalità.

La magia persa dell’Allianz Dome

Maledetto CoVid19! Nonostante le mille presenze domenica, la sensazione forte è che all’Allianz Dome sia stata tolta la “magia”. L’ambiente è simile a quello dei club esclusivi, con persone distanziate e silenziose, una freddezza aristocratica che mal si sposa con le emozioni scomposte vissute neanche pochi mesi fa con la tripla di Fernandez allo scadere. Non è colpa di nessuno ovviamente, ma manca tutto: la Curva Nord era il classico figlio discolo che però ti riempie la casa con il rumore e l’allegria, le famiglie riunite sotto la passione per il basket erano il caldo abbraccio rassicurante, ogni singolo individuo riempiva l’Allianz Dome di presenza viva, creando atmosfera. Il basket sotto il Dome era fatto di appartenenza, di “malattia” sportiva, di vissuto senza limitazioni emotive. Abbattiamo il CoVid19 e ricostruiamo il “Red-Wall”!

Raffaele Baldini