Analisi post Trento: l’ “insostenibile bruttezza” dell’essere, i finali vincenti, il regista in arrivo e Konate

Perché l’Allianz vince sempre nei finali?

Qualcuno potrebbe dire che nella valutazione incide una buona dose di fortuna. Qualcun altro potrebbe dire che la fortuna aiuta gli audaci, altri ancora potrebbero esaltare il concetto di crederci fino alla fine. Ecco, l’ultimo aspetto non lo trovo trascurabile, perché Trieste ha spesso dimostrato di dar credibilità alle rimonte, anche quando erano ormai chimere, vedi Napoli e Trento. Lo ha fatto partendo da una difesa compatta al limite del fallo, lo ha fatto quasi sempre con un quintetto di affidabilità mentale e tecnica (Fernandez-Banks-Mian-Gražulis-Delia), spesso ha gestito benissimo i time out e costruito azioni vincenti nei finali, anche a costo di rischiare oltre il dovuto (coraggio ndr.), cercando in Gražulis lo stoccatore decisivo quando mezzo stivale si aspettava la “zingarata” di Banks. In generale ho visto attori protagonisti per nulla intimoriti o refrattari a prendersi responsabilità nei momenti che contavano. Insomma, mi sembra che ci siano diversi elementi per strutturare una tesi, quella cioè di un’Allianz glaciale quando il pallone…scotta.

Elogio alla “bruttezza” nello sport più bello del mondo

Come si poteva vincere la partita contro Trento senza due titolari? Esattamente come è stato fatto, “imbruttendo magnificamente” la partita con una difesa coesa e ruvida, non mettendo in ritmo gli esterni avversari e limitando in corso d’opera i rifornimenti a Williams in post basso. Quanta bellezza c’è nel rendere “brutta” una sfida ben sapendo di volerlo fare? C’è tutto il lavoro tattico settimanale, c’è la volontà di ridurre il “gap” qualitativo con piccoli “disturbi” in corso d’opera. E’ un po’ come lo 0 a 0 nel calcio, che per molti significa una partitaccia, per altri il risultato perfetto. Bisogna rendersi conto che più Trieste sarà in grado di incanalare partite in questo modo, è più avrà gli strumenti per portarle a casa. In ultima battuta, volete spiegare il fascino della pallacanestro senza parlare? Mostrate gli ultimi 12 secondi della partita con Trento, quanti bastano per ribaltare una sentenza (quasi) scritta.

Regia, serve come il pane Davis

Juan Fernandez è un gran giocatore, una gran persona ma ha un “fantasma” che quando si materializza porta scompensi: il nervosismo. Quasi sempre, nelle situazioni sotto stress, il “lobito” esprime una pallacanestro che è condensato di voglia di scacciare il “demone” a suon di canestri, con troppe forzature, sempre con personalità e visione di gioco. Resta il fatto che una spalla è fondamentale, alleggerisce il carico e soprattutto mantiene lucida la presenza sul parquet. Corey Davis jr. sembrerebbe l’unica e convinta scelta di coach Ciani, per il quale però ci sono da mettere a posto alcune cose pregresse, ed esattamente alcune pendenze con il club montenegrino del Mornar (da parte del giocatore ndr.). Ora c’è una trasferta abbordabile (quindi insidiosissima viste le ultime esperienze con Pesaro e Varese), a Bologna avere il regista americano vorrebbe dire mettere ulteriore benzina nel motore. Poi ci sarebbe sempre Luka Rupnik…

Sagaba Konate

Tanti, tantissimi si stanno chiedendo cos’ è questo alone di incertezza attorno al lungo maliano. E’ una delicatissima questione, per cui la privacy è doverosa. Di certo non è la questione legata al ginocchio, visto la prestazione contro Trento e nessuna protezione adoperata, non è una questione comportamentale, o forse potrebbe essere intesa come tale indirettamente. In pratica, senza per forza entrare nei particolari, il giocatore e la società attendono una risposta, il cui esito può determinare o meno la prosecuzione del rapporto professionale.

Raffaele Baldini