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Nuova era in Pallacanestro Trieste: cosa mi ha lasciato la conferenza stampa d’ingresso della CSGI

Esercizio complesso quello di razionalizzare una naturale ventata di ottimismo, un’empatia magnetica del nuovo gruppo americano che si è presentato alla città in una sala stampa strapiena dell’Allianz Dome. Non ha “aiutato” l’entusiasmo tracimante di Mario Ghiacci (ora General Manager), da sempre uomo con i piedi saldamente piantati a terra, ieri nella veste di cerimoniere istrione con una dose massiccia di felicità. Proveremo a essere razionali, suddividendo quello che traspare da quelli che sono elementi concreti a margine di una conferenza che ovviamente non poteva entrare nello specifico e che doveva restare una sorta di ingresso nella casa del basket triestino.

Sensazioni

Sono i messaggi non scritti codificati da una soggettiva sensibilità (e quel filo di esperienza), qualcosa che arriva senza che venga per forza detta “in stampatello”. Il primo messaggio è che l’entourage della Pallacanestro Trieste con Mario Ghiacci capofila e il supporto dei vecchi soci ha fatto un lavoro titanico in questi mesi. Senza entrare nella bontà dell’operato (che vista la conclusione dell’affare appare eccellente), la quantità è senz’altro un punto di forza. Si è attinto ad ogni competenza possibile, anche a soggetti che non gravitavano da tempo nelle stanze dei bottoni, cercando di presentare la miglior facciata possibile. Secondo aspetto che arriva è la conoscenza da parte degli americani di ogni piccolo, quasi infinitesimale aspetto che riguarda la Pallacanestro Trieste. Traspare un lavoro, tipicamente statunitense, di indagine al microscopio sulla “creatura” su cui investire, dallo staff sino allo “scoutizzare” Michele Ruzzier prima di venire acquistato. Infine, ci sembrano essere i presupposti per un futuro ambizioso. Insisto nell’usare come termometro della situazione un uomo di esperienza come Mario Ghiacci, poco incline ai voli pindarici e deciso questa volta ad “urlare” con soddisfazione una possibile nuova era del basket a Trieste, alzando l’asticella, senza sospetti e facendosi trascinare dall’entusiasmo fresco dei nuovi arrivati.

Elementi concreti

Ci sono poi gli elementi concreti, i “virgolettati” usciti dalle bocche degli attori protagonisti, che, sino a prova contraria, fanno giurisprudenza. Innanzitutto si è parlato di un progetto pluriennale a lungo termine, base fondamentale costruire qualcosa di importante. Arrivare quindi ad una coppa europea, gradualmente, sfruttando dei network acquisiti, soprattutto con la NBA. Ed è proprio l’elemento calamitante di giocatori importanti e importati d’oltreoceano la molla per riaccendere la piazza (basta poco ndr.), allargando anche il raggio di interesse ai territori confinanti della città di Trieste. Sostanzialmente il business per far stare in piedi un investimento che nasce come un’operazione “a perdere” (ahimè tara dello sport a livello europeo), sarà sorretto da una rete di plurimi interessi legati alla città (capiremo quali). Per la stretta attualità sembra che si debba passare al 6+6, in quanto l’esigenza di mantenere la massima serie a tutti i costi porterà la società a monitorare e ad attingere sul mercato, a prescindere dall’operazione Emanuel Terry.

Rassicuro chi ha chiesto al sottoscritto della diatriba con Mario Ghiacci. Nessun problema, finchè due opposti soggetti, su due barricate opposte, rispetteranno i rispettivi ruoli, non ci sarà mai una questione personale ma al limite una divergenza di vedute, anche netta. Sarebbe una noia mortale andare sempre d’accordo su tutto e soprattutto con l’accondiscendenza non si cresce reciprocamente.

Concludo esternando e cavalcando l’appello proprio di Mario Ghiacci: una volta tanto non si passi esasperatamente al setaccio il forestiero che investe nel basket locale, ci si faccia trascinare da questo positivo vento di Bora che una volta tanto soffia alle spalle e non sbatte violentemente in faccia. Voglio pensare che quello che sta capitando è un risarcimento alla storia della pallacanestro triestina, fatto di tanti corteggiamenti finiti male.

Raffaele Baldini