Archivi Blog

Analisi… o in analisi? Cosa rimane dell’Allianz che fu

Ripartire…ma da cosa?

Sento una vicinanza emotiva con il coach il quale, nel post-partita, ha cercato di aggrapparsi a quel filo sottile di speranza per una ricostruzione : “gli ultimi dieci minuti sono le basi da cui ripartire, perché DOBBIAMO trovare elementi su cui investire per tornare ad essere quelli che eravamo nel girone di andata.” Ecco, quel “dobbiamo” racchiude tutta l’illusione che quei dieci minuti ha instillato nei più inguaribili ottimisti, mostrando la fragile inconsistenza per i più razionali. Gli ultimi dieci minuti sono senz’altro figli di un quintetto orgoglioso, ma soprattutto di un piede dall’acceleratore staccato da Sassari già nella terza frazione. E’ questione di coerenza: come non si era detto che la vittoria dell’andata di Trieste non era mai in discussione (pur con la rimonta sarda nel finale), così la limatura nel punteggio al suono della sirena non è qualcosa di credibile. Da cosa ripartire? Prima di tutto dal consolidamento del gruppo. Troppa gente slegata, brutti atteggiamenti fra i giocatori (e non solo in partita ndr.), una panchina moscia che segue i compagni come fosse un corso di aggiornamento il venerdì sera. Seconda cosa: la dirigenza deve capire se lo staff tecnico ha in mano la squadra e se la squadra riconosce il condottiero. Sinceri, trasparenti.

Corey Davis, togliamo le “catene”?

Ci sono due strade per sfruttare una competenza: snaturare le caratteristiche di un giocatore per un credo tattico, oppure esaltarle uscendo da schemi preconcetti. Corey Davis nella seconda parte del match, ovviamente a “babbo morto”, ha dimostrato che senza il collegamento “Wi-Fi” con la panchina, è capace di trovare canestri in ogni modo, anche di ottima fattura. La versione da regista “metodista” anni ’80 convince pochissimo e convince poco anche il giocatore stesso, poco deciso nel produrre gioco per la squadra (vedi Robinson con 16 assist!) e limitato nelle iniziative personali. Occhio, perché di punti nelle mani ne abbiamo pochi, se togliamo anche quelli possibili…

Diciamocela tutta…

Criticare l’operato della società oggi è come sparare sulla Croce Rossa…ma non l’ambulanza, l’intero stabile. Corey Sanders, l’innesto di Campani capito solo da… Campani, Ty-Shon Alexander e un cero alla Madonna per il Sagaba Konate leggermente ritrovato. La realtà è che Juan Fernandez ha lasciato una voragine: buco di leadership, regia con fosforo, uomo stimato nello spogliatoio. L’uscita di scena non è possibile commentarla per rispetto del ragazzo, ma dire che non ha creato un problema enorme, sarebbe falso. Senza la repentina e sorprendente decisione, non ci sarebbe stato il bisogno impellente di attingere al mercato, non ci sarebbe stata la corsa alla scelta di merce su un bancone semi-vuoto; sarebbe bastato un mese più tardi, ahimè con la cruda eredità della guerra, per liberare un’infinità di cestisti di qualità.

Ha ragione Mario Ghiacci, dobbiamo pensare alla salvezza

Capibile che una corsa sulle sabbie mobili, dopo pochi metri, si ferma inesorabilmente. Cercare quindi elementi di ottimismo nelle ultime settimane è operazione alquanto “speleologica”. Però è necessario nello sport non portarsi un fardello emotivo così pesante lungo il percorso, può essere un boomerang; la squadra sente un’atmosfera, sente la poca fiducia e rischia di implodere. In serie A poi il dazio da pagare è ancora più alto, semplicemente perché i margini di errore sono ridotti al minimo. Serve fare un salto di qualità mentale: da gruppo che guardava in alto, a combattenti per raggiungere quanto prima la salvezza. E’ una sfumatura non da poco, anzi, è una voragine, ancor più difficile viste le premesse. Ha ragione il Presidente Ghiacci quindi, la salvezza era l’unico obiettivo concreto da raggiungere, partendo da una posizione di vantaggio eredità del girone di andata. Poco ambizioso come ragionamento? Certo, ma solo con le buone intenzioni si rischia di sprofondare negli abissi…

Raffaele Baldini