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Quel viaggio durato 11 anni, Eugenio Dalmasson chiude l’ultimo capitolo di un romanzo fantastico

Trieste è e sarà sempre una città diversa dalle altre, anche in ambito cestistico. Saluta un uomo, Eugenio Dalmasson, capace di stare 11 anni sulla panchina della prima squadra, con un addio senza strappi violenti ma soprattutto esiste un unico cubitale “grazie” che accomuna simpatizzanti e detrattori, quel senso di riconoscenza che non ha partito, non ha colore e non ha cittadinanza. Perché il triestino è fatto così: diffidente di natura, erige una barriera invisibile per testare lo “straniero” ma senza respingerlo, lo coinvolge con l’occhio critico e soprattutto lo mette alla prova. Quando però quel muro viene abbattuto, allora il triestino è il più caloroso dei napoletani, ingloba naturalmente il forestiero in quello psicotico modo di vivere, lo rende uno di famiglia e non lo dimenticherà mai neanche quando lascia la città.

Eugenio Dalmasson è la storia di un allenatore controverso, il meno interpretabile dei timonieri visti a Trieste, sia per un carattere schivo, sia per una interpretazione tecnico/tattica poco incastonabile nei dogmi accademici. Rubo una considerazione del pretoriano “Bobo” Prandin per rimarcare forse l’aspetto più virtuoso degli 11 anni di guida in Pallacanestro Trieste: è stato un fine chirurgo nello scegliere i propri uomini, siano essi quelli dello staff tecnico, sia quelli che hanno combattuto sui 28 metri di parquet. Ho parlato scientemente di “uomini” prima che di giocatori, perché dalla levatura morale degli stessi, momenti difficili si sono trasformati in punti di forza del gruppo.

Eugenio Dalmasson ha vinto tutte le sue scommesse, soprattutto dal momento che con Trieste ha elevato l’asticella professionale arrivando a consacrarsi in serie A. Anche i detrattori, che abbinano i successi delle varie stagioni ad una concatenazione di elementi favorevoli, devono alzare bandiera bianca sul principio che anche quando si hanno i presupposti per centrare l’obiettivo, la parte più complessa è proprio quella di garantire il risultato finale. Le “nozze con i fichi secchi” sono state il capolavoro della sua carriera, quando soprattutto Dalmasson rappresentava anche il magazziniere dell’Allianz Dome, quando la società era talmente fragile da apparire evanescente.

Il mio personale rapporto è stato di estrema stima reciproca, di educazione nel rispetto dei ruoli, ben sapendo che lui avrebbe voluto appendermi per le palle al Dome dopo un “4” in pagella inopportuno, o che il sottoscritto avrebbe abbattuto quel muro di omertà a suon di bestemmie per capire alcune logiche tecnico/tattiche che sono il sale del dibattito sportivo. C’è di base però che entrambi abbiamo potuto operare con sincera trasparenza professionale, senza avere i pesi alle caviglie di chi interpreta le posizioni come un’esigenza di sopraffazione di uno sull’altro.

Suggerisco a Eugenio Dalmasson di riavvolgere il nastro lasciando passare qualche giorno, anche qualche settimana, levando piccole impurità dell’ultimo periodo. Si accorgerà che più il tempo allontana la testa e il cuore dalla quotidianità del vissuto di 11 anni a Trieste, e più il ricordo diverrà struggente, meravigliosamente vivo e carico di tante cose. Dall’abbraccio con ogni singolo tifoso a quel piazzale vuoto davanti all’Allianz Dome riempito di passione all’alba della storica promozione in serie A, fino alla semplice passeggiata da Via Torrebianca per incrociare gli sguardi di chi ha condiviso emozioni.

Ecco caro Eugenio, non c’è nella vita professionale nulla di più gratificante che regalare emozioni alla gente; tu l’hai fatto, la tua missione è compiuta.

Raffaele Baldini