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Analisi dalle F8: il cinismo mancato in pillole, Myke Henry e l’assenza pesante di Grazulis

I demeriti di Trieste, i grossi meriti di Brindisi

Se la partita delle Final Eight contro Brindisi l’archiviassimo come “bravi ragazzi, orgogliosi di esserci stati” saremmo dei fottuti mediocri. E siccome trovo blasfema la parola “mediocre” affiancata alla nobiltà della Pallacanestro Trieste, oltre che disonesto intellettualmente considerarla una buona partita per Fernandez e soci, è necessario entrare nelle pieghe della sconfitta. Prima di tutto è l’ennesimo treno perso per la maturità (coach Repesa a Pesaro ci ha messo una settimana per inculcarla), un approccio ad una sfida importante senza il dovuto, conclamato “cinismo”, senza la chirurgica puntualità nel punire i punti deboli, senza l’istinto killer delle squadre strutturate. Questo ha prodotto superficialità diffuse, dalle scellerate rotazioni difensive che hanno concesso tiri “piedi per terra” ai brindisini (siamo in serie A, la mettono!), ai mancanti “tagliafuori” difensivi quando hai di fronte la più pericolosa macchina da rimbalzo offensiva del campionato. 93 punti concessi all’Happy Casa senza D’Angelo Harrison e con Derek Willis non al meglio, sono un’enormità. I grandi meriti degli avversari partono proprio dal timoniere, Frank Vitucci, un allenatore che invece di lagnarsi ha responsabilizzato tutti, soprattutto dando credibilità alle caratteristiche dei singoli; il fatto che Gaspardo, Udom, Visconti siano stati protagonisti non è una casualità, tutt’altro, è consapevolezza dei propri mezzi a servizio del gruppo. A Treviso, Brindisi aveva usato lo stesso copione, senza Harrison e Willis e con la coppia Gaspardo-Udom sugli scudi. Tutti sanno quello che devono fare, e il timoniere ha enormi meriti. Però Trieste ha perso contro Gaspardo, Udom, Visconti…non contro Jordan, Curry, James (con tutto il rispetto per i primi); che ci sia ormai la “sindrome Zanotti”?.

Cinismo

Spesso ho usato questa parola in fasi calde della stagione. Se non si coglie l’attimo, è un attimo a essere preda degli avversari. Cito una serie di involontari assist a Brindisi: la perdurante panchina di un brillante Matteo Da Ros con Hrvoje Peric alle prese con il CRC per non far cigolare il fisico arrugginito dall’inattività, il minuto e 37” dell’unico giocatore capace di vincere da protagonista una Coppa Italia (Daniele Cavaliero ndr.), la testarda distribuzione democratica degli attacchi decisivi quando nei momenti che conta vige l’assolutismo valoriale (Myke Henry ai margini), le perduranti regalìe dalla linea del tiro libero. Se questi aspetti non vengono curati a dovere, l’Allianz può scordare la post-season, perché in un mare di squali, il branzino non viene mangiato perché si avvicina al bagnasciuga, ma resta pur sempre un branzino.

Il rovescio della medaglia: Myke Henry come illustri predecessori

Tempo fa riportai, con accezione negativa, gli illustri pregressi della gestione dalmassoniana verso americani di indubbia qualità ma con carattere volubile: Murphy Holloway, Jordan Parks, Javonte Green e… Mike Henry. Tutti sono passati per il duro confronto (o freddo distacco) con lo staff tecnico e dirigenziale, portando in eredità un benaugurante bagaglio: la redenzione con innalzamento qualitativo della propria pallacanestro. Myke Henry non fa eccezione, vissuto il momento complesso sanitario/comunicativo, sta tornando un giocatore decisivo: brillante fisicamente, unico nel controllare il corpo nelle penetrazioni, capace di colpire dall’arco dei tre punti. Soprattutto è tornato a sorridere, cosa non trascurabile per un americano; quando Javonte Green ha cominciato a mostrare la bianca dentatura parlando triestino…ha staccato il biglietto per l’NBA. Ora però non si può far finta di niente, se hai un giocatore di qualità superiore DEVI farlo giocare almeno 30/35 minuti e soprattutto coinvolgerlo quando conta; altrimenti devi essere pronto a subire i Visconti, Gaspardo, Udom di turno…

Quanto manca Grazulis?

Non avrei mai detto, in una squadra allenata da coach Dalmasson, che un giocatore mancante avrebbe fatto così rumore nell’economia di una partita. Quando non c’è, ti accorgi del valore effettivo del lettone. È un collante perfetto fra esterni ed interni, con fisicità e abile gioco di gambe per poter arginare anche numeri “3” avversari. Fa malissimo dall’arco dei tre punti ma anche vicino a canestro, cosa non trascurabile per chi lo deve marcare, sempre indeciso se concedere metri di spazio o rischiare di farsi battere con il corpo addosso. Ribadisco però che l’aspetto più incisivo riguarda il tipo di fisicità che può dare difensivamente, in abbinata al lungo di turno. Senza di lui hanno banchettato Burns, Crawford, Gaspardo, Udom, e il rischio di una replica fra un paio di settimane a Brindisi. Urge un rapido recupero di Hrvoje Peric, almeno per mettere qualche chilo e qualche centimetro opposto ai terminali avversari.

Raffaele Baldini