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Analisi post Bologna: un domandone… e a cascata tutto il resto

Il domandone

Franco Ciani è una persona di grandissima levatura morale e conoscenza cestistica. Entrambe le qualità le ha dimostrate in anni di onorata carriera, prendendosi le responsabilità come si evince dalle parole in sala stampa. Per cui domandarsi se era o è l’uomo giusto per allenare Trieste non ha troppo senso; oggi ha più senso parlare se ha ancora in mano le redini della squadra. Se la partita è la proiezione settimanale (per cui non ci è dato sapere nulla) allora la risposta è ovviamente “no”; gruppo dall’encefalogramma piatto, dettami tattici eseguiti talmente male da rendere impossibile che siano frutto di una indicazione dello staff tecnico, scollamento totale nei protagonisti. Abbiamo già detto della pesantissima eredità (vuoto ndr.) lasciato da Juan Fernandez, ma è una questione arginabile quando le radici sono sane. Ormai sono stati consumati tutti i ricostituenti possibili, con chiacchierate che neanche Rocco Siffredi in un confessionale fa durare così a lungo; segno quindi che le chiacchiere sono chiacchiere e i fatti sono i fatti. Non deve essere l’allenatore a rispondere, nemmeno i giocatori, deve essere l’attento e COMPETENTE occhio societario a giudicare e semmai agire tempestivamente.

Tatticamente siamo prevedibili

Ribadisco, non può essere che la perdurante e testarda scelta di effettuare cambi sistematici difensivamente abbia caratteristiche così palesemente fragili da poter essere farina del sacco dello staff tecnico; i nostri avversari non fanno altro che dare profondità al lungo nel “pick and roll” che si ritrova in schiena Banks o Davis, o l’esterno comodo con metri di spazio da tre punti. Ieri, Benzing e Aradori soprattutto, hanno tirato con chilometri di spazio, calcolando anche il vento, l’umidità e i gradi; con percentuali più alte Trieste era sotto di venti punti già prima. Perché non si è mai provato ad utilizzare una “zona”? Perché non si è provato a mischiare le carte? In attacco poi il passaggio al post basso è praticamente l’unica soluzione offensiva, altrimenti variata da qualche iniziativa estemporanea del singolo (Davis ndr.). Troppo poco in serie A…

Problema Adrian Banks

Metti un leader in un gruppo e fallo felice, avrei una marcia in più. Metti un leader deluso, avrai un problema raddoppiato. Dalla famosa pausa post Final Eight che Adrian Banks non è più quello di inizio stagione; per i più attenti non sarà una novità, anche fisiologicamente parlando visto che abbiamo scollinato la metà stagione e gli anni si fanno sentire per tutti. La questione è un’altra però. Il ragazzo propositivo, sempre proteso a dare indicazioni ai compagni, aperto al confronto con lo staff tecnico, è entrato in una spirale introspettiva pericolosa. Anche da questo punto di vista c’è da capire quanto la questione sia pura frustrazione da risultati che non arrivano, oppure derivante da un qualcosa che ha rotto l’armonia dello spogliatoio. Di certo Banks è parte fondamentale della corsa salvezza, assieme a Davis, urge recuperarlo prima possibile.

Scegliere con chi combattere sino alla fine

La lotta salvezza ha un principio chiave: gioca chi dimostra di lottare e di tenere alla maglia. Non è più una questione solo di qualità o di “sistema”, bensì di avere i presupposti caratteriali per reggere la sfida. Corey Davis, Luca Campogrande, Marcos Delia e Alessandro Lever, per esempio, hanno dimostrato di voler reagire senza star troppo a vedere questo o quell’altro schema. La vittoria adesso passa attraverso la “fame” di voler conquistare un pallone, un rimbalzo, di volersi tuffare fra le prime file del pubblico. A che prezzo? A costo di asciugare le rotazioni al massimo, lasciando magari in panchina l’ “uomo del 6+6”…

Raffaele Baldini