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Analisi post Rogaska: i segnali di una crescita

Premesso che il KK Rogaska non è parso come un test particolarmente impegnativo, la Pallacanestro Trieste mostra segnali di crescita generali, nei singoli ma soprattutto nei principi cardine della filosofia di coach Legovich e dello staff tecnico.

La difesa ha “tempi” sempre più puntuali

La difesa sul “pick and roll” avversario è sempre più puntuale, aggressiva e con un linguaggio recepito dal gruppo. Si vede che nelle settimane il “timing” è stato perfezionato, ed ha margini di miglioramento. E’ un principio molto importante, perché sarà la base filosofica della pallacanestro biancorossa. Gli esterni sono “educati” a questo tipo di sforzo, Davis e Campogrande sono eccellenti difensori sull’uomo, Bossi si adopera con abnegazione, Bartley pure; all’appello mancherebbe Gaines, ma sappiamo che non è proprio nel DNA del giocatore. Manca certamente una “chiusura” d’area, posto che il colosso Marcius saluterà la compagnia a breve; Skylar Spencer è stato preso proprio per questo, per oscurare la vallata con “aiuti” difensivi puntuali, presenza e verticalità.

La versione “double-face” di Bartley

Nell’incontro contro gli sloveni del KK Rogaska abbiamo avuto il bello ed il brutto di Frank Bartley. Nel primo tempo l’americano si è limitato ad eseguire il “passing-game” (gioco di passaggi ndr.) per linee esterne, senza quasi mai attaccare il canestro, né sui 28 metri, né nell’uno contro uno, limitandosi a qualche sporadico tiro dall’arco. Poi la versione abbacinante nella ripresa, quella che parte dal principio di attaccare in linea retta il ferro, creando poi situazioni per sé ed i compagni. E’ fondamentale avere un esterno che batte con questa velocità e forza la prima linea difensiva, anche su difese a “zona”.

L’ottovolante Campogrande e Lever

Due modi diversi di essere altalenanti. Luca Campogrande è evidente che sia stato investito del ruolo di “tiratore senza coscienza”, una sorta di J.P. Makura moro. L’idea è quella di dare tanti tiri a disposizione, perché alla fine i conti statistici potrebbero tornare, soprattutto in funzione di impegnare le difese avversarie su un terminale in grado di insaccare due o tre triple “in striscia”. Alle volte diventa un po’ stucchevole l’ingorda esecuzione, comunque figlia di una situazione offensiva corale. Alessandro Lever, uscito malconcio dal parquet, vivrà con quella vocina che sussurrerà all’orecchio la parola “soft”. Quando il bolzanino è deciso, è un’arma letale, quando “accomoda” la sua aggressività, diventa morbido e poco incisivo anche nella metà campo di difesa. Questione di atteggiamento, chiave stagionale.

Quando c’è Davis, tutto un altro ritmo

Senza svilire il lavoro in regia di Stefano Bossi, che ha caratteristiche diametralmente opposte, quando Corey Davis è in regia la squadra ha tutto un altro piglio offensivo. Davis sa quando correre e servire i compagni giusti (Bartley in primis), sa come attaccare la prima linea e quando anche prendersi conclusioni fuori dai giochi per manifesta superiorità tecnica. E’ già discretamente in forma, ha perso qualche pallone per la ricerca dell’assist, ma mette tranquillità ai quintetti di cui fa parte. La leadership è palpabile, riconosciuta.

Raffaele Baldini