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La deriva della NBA…

Una di quelle giornate dove voglio iniettarmi veleno mediatico.

Parlare di NBA e espandere il proprio pensiero sui social è come armare i “trumpiani”, sciamani della palla a spicchi targati USA che pronti a difendere a spada tratta quello che è ormai una sceneggiatura scritta a tavolino. Ho provato a guardare alcune partite, giuro che l’ho fatto anche per più di un quarto, vedendo un campionario di orrori: solisti che chiedono spazio per andare uno contro uno, azioni di gioco come “bug” nei videogiochi in cui c’è il caos più totale, divari enormi con punte imbarazzanti (77-27 primo tempo fra Mavs e Clippers ndr.) e la solita ricerca della statistica più eclatante.

L’America sportiva sta diventando sempre più figlia della sua facciata: una strada deve per forza diventare una passeggiata in un videogioco (Times Square), il rugby viene trasformato nello scontro fra titani imbottiti (football ndr.), la lotta diventa rappresentazione teatrale con effetti speciali (wrestling), le elezioni presidenziali sono un trionfo di lifting, pettinature improbabili e musica a palla.

Cosa c’è di vero quindi nella NBA?

Non lo so, almeno per quello che concerne la stagione regolare. Se per voi è normale che durante una partita un giocatore, durante l’azione di gioco, si metta a scommettere con un compagno di squadra sulla realizzazione o meno della tripla per 100 dollari… allora sono io profondamente sbagliato. L’allenatore quindi diventa “croupier” della franchigia? Preferisco immaginare e materializzare Zelimir Obradovic in una situazione analoga… rimango ancora dell’idea che l’autorità debba contare nello sport. E sui social invece tutti onanisti dell’onnipotenza planetaria di LeBron. Attenzione, qualcuno potrebbe dire che Michael Jordan fece sfoggio di simile altezzosità tirando un libero ad occhi chiusi di fronte al giovanissimo Mutombo; vero, ma in quel caso il messaggio era ben diverso fra maschi alfa, al limite dell’educativo, del tipo “ragazzetto, benvenuto nel massimo campionato di basket, dove tu ancora non sei nessuno.”

Poi vedo un professionista (!) strapagato con la barba che si presenta all’inizio della stagione “custodia” del giocatore dell’anno prima, sovrappeso e indolente di fronte al potenziale ridotto della franchigia. Detto fatto e il bambino viziato sceglie lo squadrone in cui provare a vincere l’anello facendo meno fatica. Trend ormai che negli ultimi anni ha investito tutti i “big” o quasi, dando ancor più un senso relativo alla costruzione di un progetto.

E poi tanta finzione sparsa, dal boato registrato dei tifosi agli scimmiottamenti in panchina ad ogni canestro spettacolare del compagno, sino a “sparizioni” dipinte come incomprensibili (Kyrie Irving), quando il sistema controlla anche quante volte vai a pisciare durante il giorno.

Lodevole l’intento di edulcorati giornalisti che difendono il prodotto a tutti i costi, adducendo l’impasse di inizio stagione come un rodaggio naturale figlio del CoVid e della lunga stagione da affrontare. Mi sta bene, anche se registro una china pericolosa del sistema, sempre più improntato a costruire uno spettacolo per bocche buone e sempre meno incline a sublimarlo a fronte di una battaglia sportiva.

Ora sono pronto al linciaggio, ma almeno mi son sfogato.

Raffaele Baldini