Ho letto con attenzione mi è piaciuto molto il pezzo scritto da Fabrizio Brancoli su “Il Piccolo” in merito alla vicenda che ha riguardato la squalifica del campo di Trieste e la lettera successiva del General Manager Michael Arcieri alla piazza, focalizzata a quell’ 1% che ha sortito danni plurimi.

Siamo tutti concordi sull’equilibrio della lettera, sul contenuto e la delicatezza con cui sono state soppesate le parole. Tutta la Trieste cestistica deve rendersi conto quanto prima che la governance americana è anche importazione di stile, di etica sportiva secondo basi culturali ben radicate (su basi europee ndr.). Tutto viene riportato ad una etimologia della parola “sport” del XII secondo, di derivazione francese per cui il termine “dèporter” dignificava “divertirsi, distrarsi”. Vero è anche che lo sport nel tempo ha assunto connotati molteplici, spesso abbinato al concetto di “guerra”, di supremazia e propaganda. In questo caleidoscopio quindi le radici di un popolo hanno trovato la declinazione più affine, nella pallacanestro con tinte vivissime nei Balcani, vivaci nel resto dell’Europa latina. Tutto questo per dire che la transizione non può essere digerita dall’oggi al domani, ma deve essere un processo che passa inevitabilmente per restrizioni (telecamere, DASPO, ecc.) e percorsi obbligati.

La domanda è: tutto questo può conciliarsi con uno spettacolo sulle tribune, fatto anche da primitive forme di vissuto sportivo? Riusciremo mai a trovare il compromesso fra quello che viene inscenato a Belgrado o al Pireo (spettacoli unici sulle tribune ndr.) e l’appiattimento statunitense? Probabilmente no, perché in ogni situazione tu devi pagare un dazio, e quindi ogni versione sottintende una privazione. Ci sono forme che in Italia possono essere prese come esempio di calore e correttezza, per ora, le tifoserie di Trapani e Brescia per esempio, numerose e calde, civili nel fare tifo.

Secondo punto. Condivido l’immoralità di certi approcci di fronte a situazioni analoghe, “… i club si trincerano dietro una lagna stantìa, il kit mediocre per superare certi momenti senza, di fatto, intervenirci. Questo armamentario prevede il vittimismo (ce l’hanno tutti con noi, evidentemente diamo fastidio a “qualcuno”), il benaltrismo (ci sono comportamenti assai più gravi dei nostri), il doppiopesismo (chi fa peggio di noi poi non viene punito) scrive Brancoli, ed anche qui però mi sento di fare un distinguo. L’immoralità è tale quando la sua espressione lede i principi di equità nelle regole del gioco. Ovviamente non parlo del caso in questione, per cui non vi è alcuna tesi difensiva in grado di reggere o sfumare la colpevolezza, ma parlo del rischio che l’educazione venga confusa con ingenua accettazione degli eventi. Ritengo che la giurisprudenza sportiva sia figlia anche di una politica governativa spesso ammantata di figure, comportamenti, logiche distanti dal concetto di etica. La stessa Pallacanestro Trieste è retrocessa un paio di anni fa, lasciando dietro una scia di silenzi omertosi, di insabbiamenti che hanno creato danni ben peggiori di quelli vissuti post Trento. Serve quindi una rigida attenzione al rispetto delle regole ma anche essere sentinelle nelle stanze dei bottoni per far rispettare le regole!

La faccio molto sintetica: ogni organo preposto giudichi l’operato dei soggetti riuniti sotto l’egida dello stesso, con il medesimo grado di attenzione e perentorietà, siano esse le società sportive, i dirigenti, i giocatori ma anche gli arbitri.

Una risposta a “La lettera di Arcieri, l’editoriale di Brancoli e il mio punto di vista…”

  1. Avatar Massimo
    Massimo

    non ho capito a cosa ti riferisci in merito al “silenzio omertoso” relativo presumo alla retrocessione in A2 di 2 anni fa

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