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Analisi del giorno dopo: il “Lego” Allianz, la manna Delia e la difesa che mette in ritmo l’attacco

Motore a dieci cilindri

C’è un comun denominatore che caratterizza l’Allianz Trieste dei quattro successi consecutivi: l’equipollenza dell’organico. Le radici sane di un gruppo si esplicitano nelle varianti in corso d’opera che mantengono inalterata la qualità nel gioco e nell’aggressività. Coach Eugenio Dalmasson ha sempre mischiato le carte, spesso è partito ad handicap con approcci blandi dei suoi, eppure ha sempre ottenuto il risultato voluto con protagonisti diversi con l’incedere delle partite. Non esiste un quintetto-base di vecchia memoria, esiste un “Lego” biancorosso componibile, in cui i tasselli possono, a seconda della serata, trovare il giusto incastro con altri. Non c’è quindi l’egemonia identitaria americana, c’è un’ispirazione argentina prescindibile, gli italiani fanno da collante rispetto al caleidoscopio variegato di personalità. Insomma, il gruppo ha la forza dell’insieme delle diversità unite in un linguaggio cestistico comune, quel linguaggio che risponde al nome di: “difesa”.

Quella “luce” che ha ispirato la società: Marcos Delia

Questa volta non parlo delle prestazioni intrinseche del lungo argentino, per cui ho già tessuto lodi sperticate. Sto parlando come un acquisto può cambiare il volto di una squadra. In un sol colpo (di mercato) Trieste ha capito che la coppia Udanoh e Upson era talmente perimetrale e fragile da dover correre ai ripari. Ha capito che portando un nome di livello, il “principino” Udanoh avrebbe metabolizzato il fatto che i contratti non fanno per forza giurisprudenza. Poi la questione più importante, quella tattica: Delia da profondità al gioco avendo posizione ed essendo ricettore credibile agli occhi degli esterni, ha tecnica ed è uno di quei lunghi che convincono gli arbitri evidenziando i contatti. Cosa non secondaria è la natura poco egoista dell’uomo di Saladillo, ideale per fungere da “centro boa di smistamento” per tiri comodi degli esterni o giochi a due in area con i compagni di reparto. Manna dal cielo.

La difesa che mette in ritmo l’attacco

Per molti anni pensavo che fosse una “bugia bianca” per convincere i non difensori: la teoria per cui una grande difesa mette in ritmo l’attacco. Invece mi sbagliavo, la chiave parte da un concetto mentale, per cui il recupero della palla è una vittoria, genera adrenalina che poi viene veicolata nella metà campo d’attacco; Trieste nel secondo tempo ha creato quel parziale tramortente partendo da un lavoro intenso difensivo, generando poi transizioni rapide con canestri ad alta percentuale, ma anche fluidità nel gioco offensivo per tiri con metri di spazio. Certamente l’accondiscendenza con cui la Vanoli ha permesso tutto questo fa parte della lettura completa della partita, così come la misteriosa “sparatoria” da tre punti di Jarvis Williams dopo aver dominato l’area pitturata del primo tempo. Quando arriva l’allineamento astrale far difesa e attacco, ecco che spunta fuori anche lo spettacolo.

Myke Henry

Non sono un dipendente del giocatore, non ho collusioni con il procuratore, né amici comuni. Continuo però testardamente a pensare che Myke Henry ora è sfruttato al 30% (forse). E’ il più talentuoso della squadra, ha una capacità innata di attaccare il ferro senza perdere quasi mai l’equilibrio, unendo velocità con movimenti tecnici; non guasta una discreta mano dall’arco dei tre punti, soprattutto in striscia. La sua pallacanestro istintiva della Supercoppa ha ammaliato i palati fini, anche perchè era il giusto compromesso di scelte fuori dai giochi per rendere imprevedibile l’attacco Allianz. Oggi si sta utilizzando una Porsche per fare il giro della casa, probabile sacrificio in nome degli equilibri del gruppo ma peccato mortale se riferito all’ulteriore potenzialità da implementare alla squadra.

Raffaele Baldini