“Passi da gigante”, l’insostenibile leggerezza del piu’ grande campione di basket italiano

 

 “Passi da gigante” e’ l’ultimo libro sul basket scritto a quattro mani da Dino Meneghin e Flavio Vanetti, firma della Gazzetta dello Sport, un percorso scanzonato in una  carriera sempre vissuta da protagonista con la palla a spicchi. Lettura godibilissima, coinvolge il lettore a tal punto da immergerlo nel clima goliardico del Meneghin  giocatore, una specie di chiacchierata fra amici, magari dopo qualche bicchiere in piu’ per perdere l’inibizione (Vino Veritas…) e togliere la patina bacchettona con dei  “bip” su “virtuosismi lessicali” o qualche censura su situazioni di spogliatoio poco ortodosse.

Quello che si  evince da questo racconto e’ l’insostenibile leggerezza di un predestinato del basket, a partire dall’acquisto delle prime scarpe da basket, spiegando prima ai  genitori cosa fosse questo ameno sport fra due canestri, fino ai trionfi con la Nazionale e le parate stile croisette tornando da mito della palla a spicchi a Tel Aviv; l’idea che  non per forza il suo successo sia stato veicolato dal motto “trovarsi al posto giusto al momento giusto”, bensì perche’ era l’ineluttabile destino, la logica conseguenza di un  atleta nato e cresciuto per giocare a pallacanestro.

C’e’ tutto Dino Meneghin nella visione dannatamente terrena delle situazioni, che siano di campo che extra agonistiche, meno artefatta alla maniera mistica statunitense, in cui se deve dire che ha fatto una partita da schifo lo dice a chiare lettere, senza trovare scusanti.

Come sempre la lunga avventura di personaggi di cotanta levatura, porta con se come un torrente in piena, gli incroci con altrettanti “mostri sacri” del genere, da Giancarlo Primo a Boscia Tanjevic, passando per il mitico Sandro Galleani, trattati allo stesso livello in quanto portatori sani di arricchimento, sia esso tecnico o umano.

Lasciateci un ultimo, campanilistico, punto di vista: e’ un po’ scivolata via l’esperienza vissuta a Trieste ai tempi della Stefanel, secondo il sottoscritto una sorta di risarcimento storico per la citta’ giuliana, sportivamente privata di grandi cestisti e trionfi a beneficio della Milano da bere, in due epoche diverse.

Perche’ obiettivamente l’esperienza all’ombra di San Giusto assume accenti piu’ marcati rispetto ad una normale fine carriera in provincia? Per diversi motivi, sintetizzabili in poche righe:

la presenza di personaggi di spessore quali Aza Nikolic e Boscia Tanjevic, la storica partita da avversari con il figlio Andrea (da Dino stesso definito forse il momento piu’ emozionante) in maglia varesina (ricordata nel libro), ma soprattutto l’egida e l’esperienza di un mito per battezzare la “meravigliosa follia” avallata da Bepi Stefanel e voluta dal duo slavo sopra citato, cioe’ quella di essere ambiziosi lanciando giovani talenti, partendo dal nucleo storico italiano dei vari Pilutti, Cantarello, De Pol, ecc. fino alle scommesse “cinque stelle” dei vari Bodiroga (come straniero a 19 anni!!) e Fucka (lo “svezzamento” riservato da Meneghin al Fucka imberbe meriterebbe solo quello un libro).

Vabbe’, in sostanza “passi da gigante” apre nel vero senso della parola lo spogliatoio di una carriera cestistica del grande Dino, in cui aneddoti e stati d’animo si intersecano dando uno spaccato di storia di pallacanestro vissuta da protagonista, con una inconfondibile colonna sonora: “Dino, Dino!”.

Raffaele Baldini

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