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Conservatori della Pallacanestro Trieste: sinonimo di garanzia o di poco coraggio?

k2_items_src_89676d015c82b1af2464306edfba0db0L’interruzione del campionato per “coronavirus” poteva e doveva essere una occasione per restaurare il movimento cestistico italiano. I vertici della pallacanestro sembrano vivere da “conservatori della Prima Repubblica”, cioè aspettando supporti statali e arrovellandosi fra soluzioni a 16, 18 o 20 per il campionato di serie A. Poco coraggio nel rivoltare come un calzino il sistema o forse l’attendismo di chi non ha ancora chiari gli orizzonti.

Stesso dicasi per i gestori del sodalizio cestistico triestino marchiato Allianz, aggrappati alla “boa” del duo Ghiacci-Dalmasson nel mare mosso nazionale. Nel ridimensionamento del budget cominciano le epurazioni (Marco De Benedetto?), ci si svincola da contratti pesanti (Hrvoje Peric ndr.), si parla di scelte dolorose per il futuro prossimo (Daniele Cavaliero?). In tutto questo la precisa volontà di non scuotere il modus operandi di sempre, un istinto conservativo per non battere strade sconosciute. Quello che sembra mancare è una progettualità chiara, un’identità riconoscibile da dare al nuovo corso, un virtuoso cambio di rotta per rilanciare il marchio Trieste.

La solidità Allianz regala due grandi opportunità a Mario Ghiacci: ossigeno per gestire la prossima annata sportiva, al punto da considerare Trieste subito dopo le grandi (visto il panorama nazionale post CoVid-19), ed uno stimolo per essere innovativi.

Si poteva mutuare il discorso iniziato da Cremona e interrotto dal brusco risveglio sul grido di dolore del patron Vanoli (“non abbiamo i soldi per terminare la stagione”), creando una squadra a forte trazione italiana/triestina, giovane e magari con qualche cavallo di ritorno: Ruzzier, Bossi, Deangeli, Visintin, Palumbo, Akele, Bortolani sono solo alcuni dei nomi su cui era possibile investire. Certo, la virtù non è sempre quella che vince i campionati o che garantisce la salvezza (vedi la doppia retrocessione Stefanel), ma è un percorso estremamente intrigante e stuzzicante per il palato fine degli appassionati di basket triestini.

Si poteva riproporre il modello Reggio Emilia dell’ Est Europa (gemelli Lavrinovic, Kaukenas, ecc.) in chiave balcanica, costruendo un gruppo con giocatori di estrazione serba, croata, slovena. In questo modo ci sarebbe trattativa per i vicini confinanti, finalmente si tradurrebbe la forte influenza slava nella cultura cestistica triestina, con un allenatore pronto a rischiare. Siamo sinceri: quante decadi sono che tutti parlano dell’assurda idiosincrasia verso la “pesca” cestistica sull’altra sponda del mare Adriatico?

Invece siamo questi, testardi ma garantisti addetti ai lavori dal conservatorismo più integralista, quelli che certamente non intraprenderanno percorsi tortuosi di cui sopra ma che alla fine attraccano in un porto sicuro. Il futuro prossimo quindi sarà sempre più monocentrico, secondo le volontà di coach Eugenio Dalmasson e la stretta assistenza di Marco Legovich, sia per quello che concerne il mercato, sia per la gestione societaria.

Perché è naturale che sia così, un uomo che comincia l’undicesimo anno alla Pallacanestro Trieste (quindi è parte della storia cittadina) o lo si avvicenda o lo si asseconda. Punto.

Raffaele Baldini