L’estate fa la differenza fra chi diventerà qualcuno e chi resterà una promessa non mantenuta
Un grande giocatore di pallacanestro NBA, Bill Laimbeer, uno dei “duri” di quella fantastica squadra dei Detroit Pistons divenuti famosi con l’appellativo di “bad boys”, rispondeva alla provocazione giornalistica di un intervistatore che rimarcava scherzosamente il pallore della sua carnagione: “..in palestra non batte mai il sole”!
Questo per me è il manifesto di un giocatore di mentalità, ma soprattutto un leit motiv di grandi campioni, soprattutto americani, che hanno fatto del lavoro ossessivo in palestra l’unico viatico alla competitività assoluta. Non sono un gran tifoso dell’NBA ma sono un ultras del modo di ragionare che permea la maggior parte delle “stelle”; ebbene si, tutto il luccicante mondo dei professionisti stelle a strisce non sono che imbellettamenti a maschera di una struttura solida, costruita nel tempo, con sudore, fatica e lacrime.
Vi siete mai chiesti come mai gli strapagati calciatori italiani come prima cosa nel periodo estivo pensano a vacanze da sogno, veline e spese folli, mentre Kobe Bryant e company non aspettano altro che chiudersi all’interno della propria palestra privata per affinare il proprio gioco?
Federico Buffa in una bellissima conferenza a Brescia raccontava di come il “black mamba” veniva deriso anche da Shaq allorchè, a chiusura stagione NBA, soleva alzarsi di mattina prestissimo per andare nella propria palestra per allenarsi duramente; O Michael Jordan che radunava i migliori cestisti amici per sfidarsi in partite lunghe ed estenuanti, senza esclusioni di colpi; alcuni testimoni hanno affermato che non c’è finale di play off che solo avvicini all’intensità di quelle sfide…
Perché faccio questa lunga premessa?
Perché ho la netta sensazione che l’estate sia un assist meraviglioso a qualsiasi cestista per migliorarsi e guadagnare tempo per raggiungere l’obiettivo di diventare un giocatore di basket; ho visto in tanti anni grandi prospetti, dal talento sconfinato, specchiarsi per mesi nel mare della vanità, senza rendersi conto che ogni minuto senza la palla a spicchi fra le mani era dannato tempo perso.
La Pallacanestro Trieste 2004 in queste ultime stagioni ha messo in vetrina buoni prospetti che, ormai si può dirlo, sono alla soglia del professionismo. Bene, i vari Ruzzier, Scutiero, Bonetta, Teghini, Urbani e compagnia possono tranquillamente decidere del loro futuro, partendo proprio da questa estate, a prescindere dalle scelte societarie: o godersi le vacanze dopo una lunga e vincente stagione sportiva, o mettersi a lavorare sotto il solleone per guadagnare tempo su possibili rivali, in Legadue anche fisicamente più dotati, e di gran lunga.
Diceva Larry Bird: “se solo penso che qualche mio avversario in questo preciso istante, in qualsiasi parte del mondo, si sta allenando per battermi, io non posso stare con le mani in mano e  devo andare a faticare più di lui”; ecco la sublimazione del concetto di competitività, il non disperdere anche un secondo della propria esistenza in quello che può essere superfluo per veicolare le energie su quello che conta.
Ma questo è un concetto democratico applicabile a tutto l’universo sportivo, a tutti i giocatori di tutte le società, dalla Pallacanestro Trieste 2004 alla Servolana, dall’Azzurra ai Salesiani passando per il San Vito o lo Jadran, e via andare fino al singolo cestista appassionato della materia.
Più la parola “estate” diventa sinonimo di “lavoro” è più la lunga scala che porta al successo si accorcia, questioni di scelte….
Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)

2 risposte a “L’estate fa la differenza fra un giocatore che vuole arrivare e uno arrivato”

  1. Avatar GiuliaStroligo mamma di paolo Policastro
    GiuliaStroligo mamma di paolo Policastro

    Molto interessante quanto ha scritto!! Per i giovanissimi penso sia difficile da praticare, ma è vero che solo con il lavoro si ottengono dei risultati. A basket in modo particolare.

    1. Avatar Raffaele Baldini

      Ringrazio. Guardi, ormai lo sport per certi livelli è un imbuto strettissimo ed è elitaria la scelta di chi potrà veramente vivere di quello. Essendo grazie a Dio ancora lo sport in regime discretamente meritocratico, l’unica via è lavorare indefessamente per raggiungere lo scopo, se possibile un minuto in più di tutti gli altri. Il talento senza la volontà non basta…

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