Giovanili, un dibattito aperto….questione di soldi o di passione?

Da qualche anno a Trieste si dibatte a livello cestistico dell’ambito giovanile, un vessillo troppo spesso sventolato per riempire concetti altrimenti vuoti, altre volte simbolo di una crociata combattuta sapendo di perdere la battaglia; ognuno si e’ fatto un’idea e ovviamente non c’e’ la medicina approvata all’ unanimita’ dagli addetti ai lavori; anch’io me la sono fatta e la espongo, come sempre per alimentare la discussione.

Mi sono convinto nel tempo che forse, per quello che concerne prime squadre di medio cabotaggio come la Pallacanestro Trieste 2004, i settori giovanili in tutte le categorie rappresentano, alla distanza, un fardello troppo pesante da gestire, quasi sempre dimenticato o superficialmente supportato, se non nella naturale trade-union con la prima squadra, cioe’ l’U19. Infatti, grazie al grande lavoro di Stefano Comuzzo, il bacino relativo al gruppo andato alle Finali Nazionali ha poi supportato con peso specifico notevole l’ Acegas nella cavalcata in Legadue.

Quindi io concordo sull’idea che la prima societa’ locale annoveri anche categorie come l’U19 e l’U17; si anche l’U17, perche’ un imperante luogo comune cestistico degli ultimi anni mi trova completamente in disaccordo, cioe’ quello del timore particolare di “bruciare” giovani talenti prima del loro naturale sfogo temporale. Come come? Mi dite che il Nando Gentile gettato nella mischia contro Marzorati a Cantu’ a quindici anni e’ stato deleterio? Mi dite che tutta la scuola slava che lancia i propri diamanti a 15-16-17 anni e’ da demonizzare? Non scherziamo, se uno ha l’innata dote di saper giocare a pallacanestro deve prima possibile sentire il confronto con i senior, quando “sentire” sta anche a significare in senso fisico assaggiare la fisicita’ e le astuzie dei senatori.

Crescere nella bambagia un fenomeno in erba non aiuta il giocatore, in Italia troppo spesso lo scotto con palcoscenici importanti e con responsabilita’ altrettanto pesanti lo si ha dopo i 20 anni, ed ecco perche’ le Nazionali sono totalmente sprovviste di personalita’, eccetto ovviamente singoli casi come quelli di Gallinari, Belinelli e di Gentile (guarda caso), Bargnani lo vedo come un caso a parte.

Dall’U17 in giu’ l’amministrazione dei mini-cestisti a mio modesto avviso DEVE essere di totale controllo delle locali societa’ esterne alla Pallacanestro Trieste 2004, per due semplici motivi: il primo e’ che tali entita’, avendo come unico fondamento della propria esistenza il coinvolgimento e la crescita di nuovi giocatori puo’ veicolare tutte le energie su progetti che partono dal minibasket, potendo quindi da subito seguire con i genitori un programma a lungo termine scevro da interessi di mercato e logiche affaristiche, per il bene del singolo atleta. Secondo motivo e’ che niente come una societa’ di pallacanestro locale e’ animata da addetti ai lavori carichi di PASSIONE, quella che ti fa stare in palestra qualche ora in piu’ (per qualche soldo in meno) e quella che fa di un ragazzino normale in una palestra di basket, un appassionato del futuro.

Gia’, si faccia una selezione sul personale preposto a crescere i giovani cestisti, evitare gli “impiegati” annoiati o allenatori impomatati da bacheca che antepongono i trofei alla formazione, si creino le condizioni per far si che istruttori ed allenatori si interfaccino con realta’ diverse accrescendo il proprio bagaglio culturale, anch’essi siano “affamati” esattamente o piu’ dei propri allievi, a prescindere dai maledetti punti PAO.

Sintetizzando, il mio pensiero e’ che le prime societa’ cittadine siano un po’ alla stregua di aziende senza “cuore”, una macchina costosa che certamente regala spettacolo ma che lesina sulla costruzione etica di un progetto, mentre tutto l’humus strutturale della base e’ l’anima pulsante del movimento, quella senza la quale nulla sarebbe “vivo”.

Tanti addetti ai lavori avranno idee differenti e saro’ ben lieto di pubblicare punti di vista alternativi….

Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)

3 risposte a “Dibattito sulle giovanili…”

  1. Avatar Fabio Sancin
    Fabio Sancin

    Mi piace il tuo punto di vista sulle giovanili, che condivido, inoltre vorrei dare un contributo al fatto che ai detto tu che : in passato si aveva…….. il coraggio, visto che nessuno avrebbe cacciato l’allenatore) e tante volte la necessità (visti i bassi numeri di giocatori validi) o anche la possibilità (visto il fatto di avere un talentino in casa) di far esordire i ragazzi presto in prima squadra, tu ai portato esempi di Nando Gentile, ma c’erano anche Marzorati, prima Jellini ed ancora prima Pieri, nell’ex Jugo tanti altri numeri, ma c’erano anche sconosciuti giocatori che esordivano in B o in C noi abbiamo avuto lo Jadran (Vitez, Ban e Compagni) più recente Spangaro alla Servolana ma c’erano squadre anche in D vedi Inter 1904 di Ritossa Lorenzi Radovani ecc. e tanti altri che non cito
    Da noi a livello giovanile bisognerebbe aver il coraggio di far giocare i talentini anche di 15 o 16 anni (regolamenti FIP da Cambiare però) assieme ai vecchioni già in D, ma non fare lo sbaglio che, secondo me ha fatto il Don Bosco di far giocare un’intera squadra giovanile il campionato, perchè alla fine: mancano di esperienza, non tutti i ragazzi sono futuribili e capaci e subiscono da squadre semplicemente formate da giocatori + esperti, bensì integrare ad esempio i migliori 2, 3 o 4 (e non di più) con un gruppo di ex giocatori esperti, che ormai da noi giocano per divertimento ma che per qualità possono dare ed insegnare tanto a quei ragazzi ed anche ad abituarli a sentire richiami e consigli da giocatori più vecchi, che tantissime volte sono indispensabili nella formazione della maturità di un giocatore in campo, ovviamente senza garanzie di minutaggio ma scegliendo solo ed unicamente talenti tecnici o fisici lo spazio necessariamente verrebbe da loro guadagnato, altrimenti via.
    Fabio Sancin

  2. Avatar Matteo Contessa
    Matteo Contessa

    Eccomi. Ci sono due punti importanti da valutare, secondo me. il primo è che una società professionistica debba avere comunque un serbatoio giovanile il più vasto possibile, perchè la prima squadra sarà poi lo sbocco naturale e sarebbe bene avere ogni anno nuovi inserimenti, per il bene della squadra stessa e per nutrire con nuova linfa l’intero movimento nazionale. Ci dev’essere quindi, secondo me, un settore giovanile di riferimento. poi non è detto che debba essere interamente prodotto in proprio. Meglio sarebbe creare un sistema di club nel quale le cosiddette società locali si occupino del reclutamento e della formazione e la società di vertice faccia il lavoro di “rifinitura” giovanile e di lancio in prima squadra. In tutto il mondo i grandi club sportivi, di qualsiasi disciplina e non solo di basket, si comportano così e lo sappiamo tutti. Perchè il sistema funzioni, però, serve che il linguaggio tecnico-formativo sia uno solo e uguale per tutti nell’intero sistema di club, in modo da favorire un’osmosi del tutto naturale da una all’altra squadra, giovanile o senior che sia. Lasciare che ogni società usi una strada propria e diversa dalle altre rende tutto più difficile e il prodotto senz’altro meno efficace. Treste non può sfuggire a questa regola. Ma credo che attualmente il sistema funzioni a metà. Ben venga il grande lavoro delle società cittadine, ben venga il senso d’appartenenza, ma dove il sistema s’inceppa è sull’uniformità di metodologie formative. Da 4 anni è stata avviata teoricamente una collaborazione fra club a livello giovanile, attraverso i finanziamenti della Fondazione CrTrieste (e da quest’anno anche con un contributo parziale della Telit) sono stati distribuiti fra i club del cosiddetto “pool” alcune centinaia di migliaia di euro per questo fine, ma il prodotto non è stato pari alle attese. Segno che qualcosa nel metodo va rivisto, secondo me.
    Se il primo punto è quello dell’uniformità di metodo formativo, il secondo è quello della qualità dell’insegnamento. Anche in questo caso Trieste non è diversa dal resto d’Italia: la qualità dell’insegnamento di base a mio avviso non è rilevante. I fondamentali, la tecnica, nella scuola italiana oggi lasciano parecchio a desiderare. E i risultati dell’Italia a livello internazionale stanno lì a dimostrarlo. Una volta non era così (quando ero anch’io ai primi anni di settore giovanile, negli anni settanta, c’era una cura molto più approfondita sui fondamentali), progressivamente l’insegnamento si è annacquato. L’evidenza è disarmante quando ci si confronta con le altre scuole. Due settimane fa ho seguito buona parte degli europei under 20 in Slovenia, fra l’Italia e quasi tutte le altre c’era un abisso. Il decimo posto finale ne è stato la dimostrazione plastica e non fa una piega. Dicevo che Trieste non è peggio del resto d’Italia, ma anche qui serve un salto di qualità. Equilibrio del corpo, utilizzo dei piedi, palleggio, tiro: è da qui che bisogna cominciare ad alzare il livello.

  3. Avatar Franco Cumbat
    Franco Cumbat

    Per me è assolutamente così. Bisogna però dire che le Società locali devono organizzarsi con dei progetti minimo triennali che prevedano Allenatori seri e preparati, strutture adeguate e un programma tecnico condiviso anche dalla Società di vertice. A Trieste sappiamo che così non è, per ora

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