Trieste: non sappiamo (vendere il nostro prodotto)

2013-12-28-megabasket-774367941Pubblico molto volentieri un articolo apparso su Megabasket.it a firma A.P. in relazione, in risposta, a completamento dell’articolo pubblicato il 26/12/2013 che il sottoscritto ha intitolato “Basket e Trieste…meno male che ci pensano gli altri”; diversi spunti interessanti e oggetto di un dibattito che potrebbe allargarsi alla massa di appassionati, così come ho sempre pensato debba essere una “tribuna sportiva” fatta di argomenti e non slogan.

Puntuale come i fuochi d’artificio a capodanno, quando si parla di “gloriosa storia cestistica” a Trieste spunta il nome di Michael Jordan. Caro Baldini, leggo con interesse la tua rubrica Backdoor, e condivido la passione per la pallacanestro. Anche per questi motivi comprendo e spesso mi trovo a condividere le tue posizioni. Tuttavia il tuo ultimo contributo mi ha colpito particolarmente perchè giunto a destinazione con tutto il suo carico di rabbia e frustrazione. Per questo ho deciso di scriverti, per alimentare la riflessione e dare un nuovo contributo e punto di vista sull’argomento. Sostieni che non sappiamo vendere il nostro prodotto. Ma siamo sicuri di sapere quale sia questo prodotto e a chi doverlo vendere?

In mezzo al golfo c’è una boa, ancorata al fondale, che asseconda i moti del mare, le sue onde e le maree, e si muove di conseguenza, con qualche sussulto verticale, e poi ancora di qua e un po’ di là: questa è Trieste. Incapace di scegliere il proprio destino resta in perenne attesa, e così spera di non sbagliare. Non capisce però che questo immobilismo è la dannazione del suo presente e del suo futuro.

Doverosa premessa questa, perchè se è vero che Trieste è stato uno dei palcoscenici cestistici più importanti d’Italia, è anche vero che i tempi cambiano (le persone anche), non si vive di solo passato, e non si può pensare di gestire una società sportiva, o qualsiasi altra attività imprenditoriale (e non), dimenticandosi dell’ambiente circostante.

Lungi dall’essere una moda passeggera, la pallacanestro a Trieste ha radici profonde e storicamente il pubblico locale si è dimostrato appassionato, colto e competente. Proprio per questi motivi, ben impressi nella mente (e senza considerare come cambiano i tempi, le tendenze, ecc.), non è più sufficiente appellarsi al tifo o all’attaccamento alla maglia per riempire un palazzetto dello sport. Il “prodotto” offerto dalla Pallacanestro Trieste deve essere coinvolgente ed emozionante (a prescindere dai risultati), affinchè il PalaRubini si possa riempire nuovamente della carica di un tempo. 
Senza tornare indietro ad epoche difficilmente ripetibili come gli anni griffati Stefanel, sarà sufficiente ricordare nomi quali Maric, Calabria, McRae, Rowan, Bullara o Alibegovic (da giocatore) e prima ancora Burtt, Guerra, Pol Bodetto o Dallamora per riaccendere gli occhi di passione. Non si giocava per la vittoria del campionato (anzi, spesso per la salvezza), non avevamo i migliori giocatori d’Europa, eppure c’era entusiasmo.
Il miglior volano per la Pallacanestro Trieste – oltre ai risultati sul campo – dovrebbe essere il passaparola della gente. Certo, il ricordo purtroppo non ancora sbiadito dell’ultima partita interna con Veroli – uno spettacolo cestisticamente piuttosto deludente – non fa ben sperare sulla possibilità che amici e colleghi invitino qualcuno al PalaRubini nelle prossime settimane. E questo non per la sconfitta in sé, ma per come questa è maturata, i valori visti in campo e la scarsa “verve” della compagine locale. Per carità, sarà stata una partita particolarmente sfortunata per la squadra guidata da Dalmasson, ma bisogna anche affrontare la realtà e riconoscere che se questo è ciò che la piazza può offrire, in questo momento si potrà mobilitare solo lo zoccolo duro, o poco più, di appassionati di basket mentre per riempire il PalaRubini dovremo attendere tempi migliori. Questo non significa però che la società non possa fare nulla per modificare le cose e abbia come unica leva possibile quella di intervenire sul mercato (posto che le disponibilità economiche lo consentano).
Usciamo dal rettangolo di gioco e mettiamo da parte l’aspetto sportivo. Cosa sta facendo la società per alimentare l’interesse e l’attaccamento del pubblico? Quali iniziative vengono promosse? Qual’è la strategia? I soliti pacchetti o abbonamenti scontati per alcune categorie di pubblico? Inviti per qualche scuola o squadra giovanile? C’è qualche idea nuova in cantiere o si cerca di rispondere ad un contesto in continua mutazione con i soliti e vecchi strumenti?
E ancora. Nel tuo accorato articolo “Basket e Trieste… meno male che ci pensano gli altri” evidenzi l’importanza della storia. La storia è certamente un patrimonio, al servizio della società e utile al suo sviluppo. Come si comporta la Pallacanestro Trieste nei confronti della storia? La promuove e la utilizza a proprio favore o la ignora? Cosa comunica la Pallacanestro Trieste? Si presenta online con un sito internet che non ha alcun legame con la città, la sua storia sportiva, non trasmette identità, emozioni, nulla. Senz’anima e carattere, potrebbe essere il sito di qualsiasi altra società sportiva se solo venisse sostituito il logo ad inizio pagina.
Comprendo i tuoi sentimenti di orgoglio e rabbia, la tua passione per questo sport e per la tua città. Ma probabilmente il punto non è che non sappiamo vendere il nostro prodotto. Più semplicemente, non sappiamo. 
 
A.P.

Pubblicato il gennaio 1, 2014 su "Risposte al lettore", HighFive. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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