La National Basketball…. Addiction (parte prima)

 

Pensieri probabilmente strampalati ma genuini, scevri da qualsiasi condizionamento, ragionamenti da mettere nero su bianco quale fruitore (e spettatore) del business NBA, una sorta di dipendenza della quale ti accorgi dell’assenza in maniera preoccupante quando sembra non partire (vedi lock out), ma che alla fine, razionalmente, e’ puro effetto placebo e nulla per i puristi della pallacanestro.

Sia ben chiaro, non sono un detrattore come lo e’ (a ragion veduta) il mitico Sergio Tavcar, cresciuto a suon di manuali di basket viventi dell’ex Jugoslavia o dell’ex Unione Sovietica, e impossibilitato a digerire la soluzione “circense” moderna a scapito dei fondamentali, pero’ non sono neanche fruitore beota che ingurgita qualsiasi pietanza venduta perche’ mediaticamente pompata, pur considerando lo straordinario appeal di certi video o certi servizi televisivi.

Dicevo del pruriginoso desiderio di veder tornare i grandi protagonisti del basket NBA in azione dopo il lungo ed estenuante lock out autunnale, nella miglior tradizione americana con la sana inclinazione allo stupire ponendo l’opening game il giorno di Natale…..stupendo! (alla faccia dei calciofili italiani che riposano le stanche membra per le festivita’); partite complete viste, altri spezzoni qua e la’ e un pensiero che maturava con la visione: scarnificato da schiacciate e balzi felini, cosa c’e’ realmente di Pallacanestro con la “P” maiuscolo nella NBA?

Sicuramente tanta roba nel bagaglio di singoli fenomeni, da Rose a Bryant, da James a “wunder Dirk”, pur considerando che il ventaglio di soluzioni offensive offerte nell’epoca moderna e’ sempre piu’ ristretto, estinto l’ “arresto-passo e tiro”, il “gancio cielo” tanto cari a protagonisti degli anni ’80, quello che lascia a desiderare e’ l’aspetto tattico abbinato alle qualita’ dei singoli…

mi spiego meglio: se guardo una partita normale di regular season, ho la netta impressione di stare a guardare un patto di non belligeranza fra avversari con esibizioni esteticamente impeccabili, dal grado di difficolta’ sempre crescente; fatto sta, com’e’ e come non e’, dopo il primo approccio subentra un mix di noia e di imbarazzato stupore nel vedere poche soluzioni tattiche, nessuna cosa diversa dal solito, nessuna illuminata idea strategicamente utile a portare a casa il risultato. Viene allora immediato un parallelismo con la versione opposta: l’Eurolega.

Nella lega del vecchio continente e’ facile trovare muscolati manovali del gioco lituano-russi o improbabili americani giramondo, alcuni atleti anche che oltre i due metri fanno fatica a schiacciare, ma il prodotto governato da sublimi competenze in panchina e’ diverso di partita in partita, situazioni che rendono i match imprevedibili, interessanti a dir poco anche se poi la mera legge dei numeri parla di poche realizzazioni o spettacolarita’ latente; forse qui sta la chiave di volta filosofica che si cela dietro due mondi contrapposti pur essendo governati da regole simili: l’ NBA e’ prima business, la partita e’ l’ultimo dei pensieri o per meglio dire e’ strumento per far soldi, in Europa la partita e’ tutto, al di fuori del gioco….poco o nulla.

Per capire le macroscopiche differenze del gioco ci sono esempi eclatanti a livello di giocatori, battezzati da ambo le esperienze, che esemplificano l’enorme distanza fra le parti…ma questo trattero’ nella seconda parte!

Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)

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