Campioni d’Europa e similitudini importanti, i talenti triestini

Ancora dei Campioni d’Europa….analogie

italiaMeglio parlare di basket giocato, di successi luminosi come quello della Nazionale U20 di coach Sacripanti, piuttosto di perdersi in un mare di pressapochismo da squadre di club che diventa ogni giorno più stucchevole. Ormai è la terza volta che vengo calamitato dalla finale contro la Lettonia su Sportitalia, prima ammaliato dall’aura di tiratore purissimo di Berzins, giocatore dal rilascio della palla esiziale e dalla splendida attitudine al gioco, poi, pezzo dopo pezzo, da ogni singolo componente dell’ingranaggio italico, un moto perpetuo che con l’incedere del tempo ha sfiancato i tosti lettoni.

Partendo dal presupposto che il timoniere, con i fidi assistenti, ha sbagliato poco o niente nella semifinale e nella finale, il primo pensiero va all’MVP Amedeo Della Valle, figlio d’arte (ma non è certo una novità all’interno del roster azzurro, anzi, sembra più una clonazione cestistica), con quella faccia un po’ così e quella bocca aperta che riporta ad illustri predecessori (Drazen Petrovic e Dean Bodiroga…impegnativo no?), cestista che proprio nella finale esplicita un concetto di leader: silente e impalpabile per tre quarti match, poi deciso ad ingranare la quinta marcia, in barba a qualsiasi difensore o soluzione tattica; tiro, capacità penetrative e decisività sono elementi che già ora danno un  peso specifico importante al figlio di Carletto. Mi piace anche pensare che i diamanti grezzi Awudu Abass e Lombardi, soprattutto il primo, possano, con qualche decisa levigatura, diventare ottimi giocatori; la levigatura sta soprattutto nelle scelte cestistiche da fare in un rettangolo di gioco, ora ancora un pò sopra le righe; un tiro da fuori più credibile e potremo trovarci di fronte ad un possibile nuovo Diawara. Anche l’uomo dal nome importante, Aristide Landi, è un giocatore che non ha molti simili nel recente passato, perché fisicità e tiro da fuori non si combinano spesso con questi ottimi risultati: ricorda vagamente il Valerio Amoroso dei tempi d’oro. Altro figlio d’arte, il buon Laganà, nella fase finale del torneo ha un po’ ecceduto in personalismi (segno comunque di carattere e piglio da capitano), ma rimane un elemento interessantissimo. Piccola tiratina d’orecchi a un mio personale pupillo visto un paio di anni fa, quell’Imbrò che nelle uscite per il quale “sua egemonia calcio” ha concesso a Sportitalia la parentesi baskettara, non ha espresso il suo miglior basket, e vi assicuro che ce n’è tanto.

Poi i “triestini”, Michele Ruzzier e Stefano Tonut, visti al microscopio. Michele ha da sempre una dote innata, quella di far star tranquillo, quando si mette in regia, anche il più ansioso coach o il tifoso più emotivo; un controllo del mezzo come pochi e visione di gioco fuori dal comune. La versione azzurra è quella che più mi convince di più, meno realizzatore e più gestore del gioco, mettendo i compagni nelle migliori condizioni di tirare, con assist da cineteca. Lui, come Stefano, ha palesato una maturità indiscutibile, segno che il lavoro fatto dai suoi allenatori e l’esperienza di campo in Legadue (nei momenti che contano, non a “babbo morto”) ha accresciuto questo aspetto. Stefano ha fatto tutto quello che doveva fare e di più: entra dalla panchina e manda il segnale forte a coach Sacripanti di non voler fare da spettatore ad una finale storica: intraprendente, spavaldo e atleticamente vivo, la rimonta azzurra la lancia lui, anche avendo l’accondisceso occhio di riguardo degli Dei del basket (se entrava anche la seconda tripla con rimbalzi su ferro e tabellone sarebbe stato…esoterico); poi, ricordo perfettamente un’azione, nell’impeto del recupero e nella carica agonistica di un grande approccio al match, libero di poter tirare, addormenta l’azione e sceglie la gestione del pallone consegnandolo a Ruzzier: perfetto, istinto e razionalità con il dosaggio giusto. Tonut è ormai un ragazzo in fiducia, emulo di  Godot, ha saputo aspettare il suo momento nell’Acegas Trieste, ha monetizzato la fiducia di coach Dalmasson, avendo già ben prima investito sulla Nazionale; il crescendo rossiniano ormai presuppone un valore esponenziale per la prossima stagione.

Vabbè, ho annoiato, ho delirato e ho usato paragoni azzardati….ma anche questo è figlio di un emozione vissuta guardando l’U20, ce n’era proprio bisogno, il basket da questi segnali può ricevere una spinta decisiva per il futuro, a patto che tutti se ne accorgano!

Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)

Pubblicato il luglio 24, 2013 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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