L’ultimo basket a Gorizia di coach Andrea Beretta

Il canto del cigno goriziano

berettaLeggo con interesse “L’ultimo basket a Gorizia”, il libro scritto da coach Andrea Beretta e ampiamente corroborato dagli scatti di Pierluigi Bumbaca, e subito mi balza alla mente una considerazione di tipo personale: l’idea forte che Gorizia per un triestino rappresenta cestisticamente il cugino con cui fai baruffa, hai complicita’ e con cui spesso ti ritrovi a condividere un gioco, e poi, quando manca, lo cerchi affannosamente. Si, perche’ c’e’ una netta distinzione “filosofica” sulla rivalita’ fra Trieste e Gorizia, rispetto a Udine; i toni con i cugini friulani sono spesso trascesi nel greve, nello scontro politico-sportivo, nella visione diametralmente opposta del vivere quotidiano, meno sui binari del predominio sportivo. Con gli isontini la storia baskettara ha prevalso, giocatori e derby infiniti a suon di canestri hanno caratterizzato le domeniche a Chiarbola e al PalaBigot, scontri duri e anche tesi ma sempre con un filo diretto di reciproco rispetto.

Ma questa inutile digressione introduce al “canto del cigno” dell’era baskettara goriziana, una decade e poco piu’ (su cui il libro s’incentra principalmente) in cui forse e’ piu’ giusto parlare di sopravvivenza retta da appassionati che di gestione sportiva ortodossa nella terza serie di pallacanestro; uomini che ahime’ non ci sono piu’ come Pino Brumatti, Toni Quai o Paolo Pinza, o personalita’ forti come quelle di Beretta appunto, di personaggi che hanno incrociato anche strade triestine come Massimo Paniccia e Roberto Tosolini, e una variegato caleidoscopio di altri addetti ai lavori che con poco hanno retto la struttura di una tradizione come quella goriziana. Sangue, sudore e lacrime il leit motiv delle annate sportive, salvezze prese per i capelli e storie da raccontare, forse una su tutte che incarna il sogno di ogni allenatore: l’ascesa di Andrea Beretta a head coach della prima squadra goriziana. Folgorato dalle gesta di cestisti nel 1975 della UGG (Unione Ginnastica Goriziana) allenata da Riccardo Sales,  passando per la promozione con l’Italmonfalcone in serie B2 e dopo tanta gavetta da coach, fino a quella chiamata che scuote i sentimenti dei romantici: allenare proprio quella squadra per cui si tifava da bambino.

Hai voglia in quei momenti razionalizzare e pensare tutto quello che di la’ a venire avrebbe sommerso in termini di problematiche non tecnico-tattiche il coach, pur considerando che le difficolta’ rendono i traguardi piu’ gloriosi. Un’altra peculiarita’ e’ il filo conduttore per tutti i responsabili delle annate fra due canestri in terra isontina: nessuno o pochissimi possono temere scheletri nell’armadio. In un mondo spesso costellato da mestieranti dediti all’insano gioco del “saccheggio” mascherato da operazioni sportive, la parentesi goriziana autoctona o quasi ha espresso addetti ai lavori che forse non saranno docenti di altissimo livello, ma operai volonterosi animati da passione reale per la pallacanestro.

Forse lo stiamo dicendo da troppi anni e sinistramente l’eco risuona sempre piu’ debole alle orecchie degli appassionati: Gorizia se in tempi brevi non abbina qualche imprenditore di buona volonta’ con uomini-immagine del passato glorioso, rischia seriamente di cancellare definitivamente una tradizione troppo importante in una terra che sta via via inaridendosi; il libro di Andrea Beretta esplicitamente racconta un sogno realizzato quando a Gorizia non si viveva di favole, implicitamente lancia l’ultimo segnale d’allarme al movimento locale.

Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)

Pubblicato il agosto 6, 2013 su "Parola di Coach", HighFive. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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