Una leggenda del cemento, “Rebound” e Earl Manigault

La leggenda del cemento newyorkese

 

Earl "The Goat" Manigault

Earl “The Goat” Manigault

“Rebound” e’ un film di Eriq La Salle del 1996, una di quelle storie non a lieto fine della leggenda dei playground newyorkesi Earl “the Goat” Manigault. Non e’ un racconto come tutti gli altri, e’ uno spaccato di vita silenziosa della pallacanestro giocata nella “gabbie” di cemento americane, dove tutto diventa leggenda ma anche si consuma nell’arco di poco tempo. La storia di “the Goat” (soprannome dato per l’usanza del Manigault bambino di dormire avvolto in una coperta di pecora, poi mutuato in “Gratest Of All Time”) e’ un esempio negativo, quelli da cui e’ piu’ facile imparare e trarre una lezione di vita; il talento atletico di un ragazzo di 186 centimetri, unito alla fama effimera e a giri sbagliati, consuma alla velocita’ della luce un figlio newyorkese piu’ debole, uno di quelli che nella Harlem degli anni ’50-’60 vedeva la luce con una palla a spicchi in mano nel sogno della NBA e la spegneva iniettando eroina nelle vene.

Che leggenda pero’ Manigault, un uomo che volava a prendere i dollaroni appoggiati sopra il tabellone dei canestri del Rucker Park, capace di schiacciare con una mano e recuperare la stessa palla per affondarla con l’altra mano nel cesto, ed una serie interminabile di storie (spesso caricate di mostarda per rendere piu’ vivo il mito) divenute vangelo per gli afro-americani e non, di Harlem. Poi il classico momento cardine, quel bivio che devia il corso della propria esistenza e frutto di scelte condizionate: una morte di un amico caro, il rapporto con un coach Bill Mc Collough alla Johnson C. Smith University iniziato male e finito peggio e la compagna eroina, ed ecco che la favola fa presto a diventare incubo. Una discesa all’inferno con un treno senza fermate, finita in carcere, momento toccante del film: Earl Manigault legge un libro consegnato da un secondino in cui vengono narrate le sue gesta pregresse nei playground, come un drammatico specchio in cui viene riflesso quello che e’ stato e che sarebbe potuto essere, nel luogo invece piu’ alienante del mondo. Ci sara’ una sorta di redenzione di fine esistenza, Earl Manigault si adopera per rimettere a posto un campetto (che prendera’ poi il suo nome) e aiutera’ i ragazzi ad uscire dal tunnel della droga, ma sara’ sempre in nome di questa malsana compagna che la vita gli giochera’ un brutto epilogo: la New York dalla “facciata buona” rifiutera’ per anni, in quanto ex tossicodipendente, la trasfusione dell’aorta consumata dagli eccessi e, nel giorno della morte di un altro grande come Frank Sinatra, lascera’ il mondo per sublimare il mito di “The Goat”.

Tutto quello che ho scritto potrebbe essere un testo da pifferaio magico, un modo per romanzare una storia di pallacanestro, se non restasse l’eredita’ piu’ credibile scolpita nella pietra, autore Lew Alcindor…piu’ conosciuto come Kareem Abdul Jabbar: “ il giocatore piu’ forte che ho mai incontrato nella mia carriera? Non ho il minimo dubbio, Earl “The Goat” Manigault!”. Puo’ bastare no?

Per i giovani ragazzi che si affacciano al mondo della pallacanestro, “Rebound” sicuramente e’ una visione difficile da digerire serenamente, ma puo’ rappresentare il messaggio piu’ diretto per non sprecare il proprio talento; basta poco a gettare una grande possibilita’, non occorre per forza essere trascinati dalla droga o da qualche amicizia sbagliata, il famoso bivio sopra citato puo’ cambiare in un amen il corso delle cose, non privatevi del sogno!

Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)

Pubblicato il agosto 17, 2013 su "Passi in partenza", HighFive. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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