Milano scudettata, quegli incroci pericolosi con Trieste
Trieste-Milano, sola andata. Potrebbe sintetizzarsi così la storia cestistica di due realtà molto lontane fra loro per dimensioni, bacino e trofei, ma curiosamente colluse per quello che concerne intrecci societari. Il più eclatante negli anni ’90: la Stefanel Trieste della semi-finale scudetto, allenata da Boscia Tanjevic, decreta la fine di un sogno per una città, esportando il materiale umano di altissimo livello (Gentile, Fucka, De Pol, Meneghin, Bodiroga, Cantarello) in terra meneghina. La reazione sarà violenta, stridente con il fatalismo tipico giuliano e l’aplombe mitteleuropeo; nella stagione successiva infatti, al ritorno della Stefanel Milano in quel di Chiarbola contro l’allora Illy Caffè Trieste, 4200 invasati mettono in scena una contestazione senza fine, gettando vessilli di ogni tipo sul campo e insultando i protagonisti dal primo all’ultimo minuto.
Milano vincerà lo scudetto quell’anno, così come fu tempo addietro, nel dopoguerra, grazie ai “triestini con la valigia”. Non bastasse, la storia dell’ultima serie A di Trieste, ha registrato diversi episodi spigolosi fra le tifoserie, non sempre riconducibili ai fatti sopra citati. Tutto questo per far capire quanto l’appassionato medio dell’estremo nord-est faccia fatica a metabolizzare una vittoria biancorossa milanese. Anzi, proprio non viene digerita, basti leggere commenti sui social all’indomani del trionfo contro Siena.
Trieste feudo anti-milanese? Forse è un po’ esagerato, ci sono frange di tifosi che, in barba agli incroci pericolosi e al mercanteggiare cestisti, ancora rivendicano la fede da “scarpette rosse”. Qual è l’identikit? Molto semplice: dai 40 ai 50 anni, la generazione che si è “drogata” delle giocate di fenomeni come Mike D’Antoni, Dino Meneghin, Roberto Premier, Riccardo Pittis, ecc., quando le italiane comandavano in Europa e potevano annoverare americani extra lusso come Bob McAdoo.
Poi, tutto il mondo è paese, la generazione dei più giovani, inebriati prima dalle gesta di Danilo Gallinari, poi da quelle di Alessandro Gentile, prossimo a vivere il sogno NBA. Distinguo d’obbligo per la fanciulle, sensibili al lato estetico del gioco, e quindi fisiologicamente portate a idolatrare Daniel Hackett o la versione afro più “dannata”, cioè quella di David Moss. Anche l’occhio vuole la sua parte…
Traendo le conclusioni, non si può certo dire che le scarpette rosse siano un indumento gradito ai triestini, l’atavico senso di sentirsi merce d’esportazione non aiuta; più forte di tutti comunque prevale una sottile convinzione di essere in credito nei confronti del fato, quello che ha visto infrangere i sogni dei triestini ad un metro dal traguardo, e visto festeggiare i milanesi comodamente con l’aperitivo in mano.
Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)
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