Depressione? Macchè, semplice presa di coscienza
Non sarà il pubblico più caldo d’Italia (anche se quando vuole si fa sentire eccome), non risponderà ai numeri consueti a cui Trieste era abituata, di certo è uno dei palcoscenici più competenti d’Europa! Non parlo di invettive su topiche arbitrali o sfide virtuali a Trivial baskettari, bensì della capacità di leggere le situazioni per quelle che sono realmente, e non per come vengono digerite in tempo reale; dopo la sconfitta di Jesi e due scoppole interne con Biella e Brescia (chiamiamole con il loro nome!), i 2500-2800 del Palatrieste si sono alzati in piedi per tributare un applauso convinto a chi ha profuso il massimo sforzo nei quaranta minuti; il ragionamento è semplice quanto esasperatamente razionale da fare: Dane Diliegro per ruolo ed efficacia è un vero e proprio “straniero”, Hoover per personalità e caratteristiche è decisivo, averli fuori partita per acciacchi pericolosi (vedi strappi muscolari, seppur minimi) vuol dire abbassare del 40% circa le potenzialità del gruppo. E’ così signori, volenti o nolenti, una squadra votata alla salvezza è fatta di 3-4 pedine imprescindibili e da complementi ricamati attorno; se mancano due di queste pedine, notte fonda…almeno di miracoli. Miracoli che in questa Adecco Gold saranno molto difficili a vedersi, il livello della categoria si è evidentemente alzato, soprattutto nel macro gruppo delle squadre di media caratura; l’obiettivo per Trieste continua ad essere quello di avere nel mirino Imola, Forlì e Casale, poche altre in aggiunta, in considerazione del fatto che Veroli non sembra essere così arrendevole, tutt’altro.
Hoover sulla graticola, questione di scelte
Parte delle critiche del post Brescia sono piovute sul play-guardia belga, reo di aver prodotto poco o nulla nei minuti di campo concessi da coach Dalmasson. In questo caso il sottoscritto non si trova per nulla allineato con la maggioranza dei critici; ribalto il concetto: se Ryan Hoover fosse stato in panca per onor di firma, e avesse seguito il normale decorso post infortunio seguendo i compagni dal pino, cosa avrebbero detto i tifosi? Tutti avrebbero sentenziato: “..e se c’era Hoover”, oppure “con Hoover le cose sarebbero cambiate”…
Destino del “cornuto e mazziato” come si suol dire, sacrifica il proprio fisico per la causa e logicamente, non podendo esprimere basket al 100%, paga lo scotto tecnico delle non perfette condizioni; chiunque avesse giocato, ha avuto modo di constatare come la partita di Hoover è stata mono-marcia, in “controllo”, senza uno scatto o una forzatura, a 39 anni tutto ciò porta alle dirette conseguenze di uno scout privo di sostanza. Non faccio parte dell’associazione “nessuno tocchi Caino”, semplicemente trovo corretto giudicare un giocatore al proprio meglio, lodando altresì il tentativo di mettersi a disposizione per la causa; l’espressione del belga a pieno regime ha dimostrato di poter essere molto utile alla squadra, poi, sulla bontà o meno di scegliere un trentanovenne per la garibaldina truppa di Dalmasson (con annessi e connessi fisici), possiamo aprire tutto un altro capitolo…
“Indimenticabile” …e che lo sia per davvero!
Alle 17.00 di ieri, nella sala stampa del Palatrieste, si è avuto il piacere di assistere alla presentazione del libro “indimenticabile – Cesare Rubini, un guerriero dello sport”, scritto da Oscar Eleni e Sergio Meda, due penne milanesi che prima di tutti gli altri hanno capito l’importanza di un personaggio del genere. Alla presenza anche della pimpante sorella Laura (buon sangue non mente ndr.), e dello storico General Manager Olimpia Tony Cappellari, si è rapidamente esplicitato il motivo di questa fatica letteraria, riconoscendo il valore dell’uomo prima che dello sportivo, di quel ragazzo partito da Viale Miramare con una valigia di cartone per far grande Milano. Il percorso del “Principe” è quello di tanti altri triestini che si sono travasati sul Naviglio, ma nessuno come lui ha segnato indelebilmente l’approccio alla pallacanestro da più punti di vista: da giocatore, da allenatore e da dirigente.
Avrò modo di trattare nello specifico e con il giusto risalto questa testimonianza scritta, perché la conoscenza di questo Hall of Famer non venga disconosciuta dai più giovani e non venga “archiviata” dai più anziani. Cesare Rubini non diventi solo un nome di un palazzo dello sport ma un esempio per ambiziosi amanti della palla a spicchi.
Raffaele Baldini (www.cinquealto.wordpress.com)
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