L’editoriale di Basketnet – basket e improvvisazione….a suon di Jazz!

jazzHo un po’ di tempo libero: non resisto. Navigo su youtube alla ricerca di qualche highlight di Rajon Rondo (orfano emotivamente delle sue “zingarate”). Ad un certo punto un fine conoscitore come Federico Buffa lo definisce – in maniera istintivamente geniale –  un “jazzista”. Come spesso accade per ciò che nasce da un approfondimento appassionato e accorato, quel brevissimo commento mi esalta, mi trova d’accordo, ma soprattutto mi fa riflettere.

Il pianoforte e la pallacanestro hanno scandito molte, moltissime ore della mia vita. Suoni diversi, ambienti diversi, polifonie diverse: da una parte, una mano che accarezza il pallone prima di uno schema, il fischio stridulo delle scarpe durante gli “scivolamenti” difensivi, un ciuff da tre punti; dall’altra una grande scatola di legno, ottantotto tasti, e due mani per creare e ricreare straordinari universi artistici.

Forse per questo ho così tanto adorato quella definizione, che, sempre per Buffa, è un cerchio Zen perfetto nella sua naturalezza ed esattezza filosofica. Non potrebbe essere altrimenti e la scelta del Jazz (rispetto alla musica classica) è sacrosanta: il Jazz infatti è la libertà di reinterpretare un canovaccio preesistente, non un’opera d’arte che nasce già completa, come una sonata di Beethoven.

E così è la pallacanestro: tu sai che due squadre tenteranno di far entrare quella dannata palla nel canestro, ma non sai come riusciranno a farlo.

Dopo averti spiegato le loro regole, Basket e Jazz ti dicono: “Ora, all’interno di queste regole, puoi fare ciò che vuoi”.

Torno nei miei pensieri. Quasi senza accorgermene i concetti di improvvisazione, finta, contrappunto, armonie, tattiche e molto altro stimolano un flusso di idee e di immagini che lega questi due splendidi mondi. Guardo le penetrazioni impossibili di Rondo e non posso non pensare a Straight no chaser di Monk (http://www.youtube.com/watch?v=Z2J3ZJZ1kn8): Rajon che va in entrata per un terzo tempo ma si blocca sul primo passo spiazzando il difensore e, scoordinato come pochi, lo elude e porta a casa canestro e fallo. Nella musica succede la stessa cosa: il tuo cervello si aspetterebbe gli accenti da un’altra parte, ma cosa fa Monk? Ti sorprende e se ne va per un’altra strada, swingando come un Dio.

Rondo non è altissimo, ha le mani enormi, non è un tiratore e non fa ciò che qualsiasi allenatore ti direbbe di fare; Monk picchia sui tasti come se non avesse mai preso una lezione di pianoforte, ti lacera con le sue dissonanze e quando provi ad immaginare il suo prossimo passo…sei già indietro di due battute: lui ha già esplorato un altro mondo. Imprevedibili e folli, per fortuna.

Il flusso continua: torno con la memoria a The Universal Mind of Bill Evans (http://www.youtube.com/watch?v=YEHWaGuurUk) e una metaforica freccia si ferma ad indicare la Leggenda di West Baden Springs, Larry Bird. Si parla di fraseggio, di improvvisazione, di stile ed Evans si siede al piano per fare un esempio. Rimani ammutolito. Con poche note, ha spiegato il Jazz meglio di un’intera biblioteca piena di manuali. Un mago.

Torni a prendere le videocassette delle partite dei Boston Celtics degli anni ’80 e ti ricordi di quell’intervista di Bill Walton: nei momenti di difficoltà, bastava dare la palla a Larry, lui avrebbe fatto un passo indietro e avrebbe piazzato una tripla. Semplice.

Guardi e riguardi i replay di quel lungo che palleggia meglio di un playmaker e ti chiedi come faccia a trovare la maniera più semplice per segnare, o per mandare a canestro un suo compagno. Entrambi leader senza essere dittatori, sempre al servizio della musica e dello sport, non al servizio dello spettacolo o della vanità personale. Entrambi bianchi in un mondo dominato dai neri, che per questa volta rispettano questi white boys e ci giocano/suonano (to play) assieme.

Il commentatore della NBA ripete a squarciagola “Stockton to Malone! Stockton to Malone!” (http://www.youtube.com/watch?v=5XLvqH9qoik) e non puoi non fermarti a riguardare più e più volte queste splendide variazioni sul tema pick and roll. In meno di cinque secondi, sono già nell’altro universo: http://www.youtube.com/watch?v=ZmCWt5R0ics.

Vedo Bollani e de Holanda rincorrersi in un duetto praticamente assurdo: ma chi avrebbe messo assieme pianoforte e bandolim? L’effetto è esaltante. Non puoi fermarli: entrambe queste coppie sono già un passaggio avanti al difensore, una battuta avanti a chi tenta di seguirne le improvvisazioni. Sembrano dialogare in realtà sono un’unica entità che gioca con la nostra percezione e che ci tiene gli occhi sbarrati e la bocca spalancata dall’ammirazione. Tenti di fermare l’uno, hai perso l’altro; cerchi di abbracciarli con lo sguardo, e sono già in contropiede (contrattempo).

E Miles Davis? Pensi al Cool Jazz (http://www.youtube.com/watch?v=Vqo3DRwlFO4) e ti accorgi che vicino a lui suonerebbe un certo John…sì lui…John Coltrane. Eppure tutta la sua carriera, tutto il suo stile, è personale, individuale ed individualista. Miles è ossessivo, spesso un perfetto str***, eppure suona con i più grandi del mondo e swinga assieme a moltissimi artisti. Di chi si fida veramente? Di se stesso. Chi sa cosa è meglio fare? Solo lui. Però quando la sua tromba rompe il silenzio, tu ormai sei suo schiavo. Dai le redini del gioco a Kobe, e succederà la stessa cosa. Prova ad avvicinarti a lui: è raro tu ne esca (cestisticamente) vivo. Tanto…alla fine la reazione sarebbe sempre la stessa: So what (http://www.youtube.com/watch?v=DEC8nqT6Rrk)?.

Raffaele Baldini – Giovanni Baldini

Pubblicato il dicembre 17, 2013 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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