L’editoriale di Basketnet: ode ai 61 di Lebron..la Pallacanestro è però un’altra cosa

Lebron ne fa 61….. e la squadra sta a guardare

lebron100, 87, 81, 61 sono i numeri sulla ruota….dell’antibasket! Va bene, sorseggio la mia cicuta di fronte allo stuolo di amanti della pallacanestro, perlopiù sotto i 30 anni, cresciuti alle gesta dei campioni d’oltreoceano; morirò lentamente (e spero solo intellettualmente) con una convinzione: spesso queste imprese balistiche di pallacanestro… sono l’antitesi della pallacanestro!

Mi spiego meglio: i 100 punti di Chamberlain contro New York nel ’62 o i 73 dei David Thompson contro Detroit nel ’78 escono dalla cerchia di testimonianze vissute (televisivamente parlando), mentre gli 81 di Kobe Bryant contro Toronto nel 2006, o per restare in ambito nostrano, gli 87 di Carlton Myers contro Udine (battendo il record di Riminucci che ne ha “suonati” 77), sono ben presenti nella mia memoria. Tralascio l’impresa di Myers in quanto preventivamente dichiarata e palesemente mirata allo scopo, tutto il resto delle “banchettate” cestistiche d’oltreoceano, sono al limite dello stomachevole.

Nessuno svilisce la straordinaria capacità di questi attori nel fare canestro, in mille modi e con efficacia imbarazzante, di fronte a birilli che birilli non vogliono essere; quello che contesto è il concetto sproporzionato di utilizzo della palla a spicchi in un gioco che dovrebbe essere di squadra (assist…do you know?). L’ecumenica versione di comprimari compagni di squadra, spettatori non paganti, di fronte al monotematico schema di servire il fuoriclasse e “tutti larghi”, impoverisce il capolavoro inventato dal sig. Naismith. Forse l’estrazione europea improntata fortemente alla tattica ingigantisce il problema, forse la sublimazione dell’ “uno contro uno” di cui l’NBA si è fatta sempre garante è il motivo per cui tutto ciò è spettacolo in ogni angolo del globo; fatto sta che i numeri, i tiri tentati e la filosofia che si celano dietro questi grandi exploit, mi lasciano tiepido a dir poco.

Sono anche uno della generazione che ha santificato (giustamente) Michael Jordan, icona di una onnipotenza che era e resterà ad imperitura memoria come la massima espressione cestistica; ed è lo stesso Jordan che in diverse occasioni ha cavalcato il proprio ego inanellando serate da numeri debordanti; anche qui, il passaggio chiave alla beatificazione è avvenuto nel momento in cui “Re” Jordan è stato capace di scaricare quei palloni decisivi a Paxson o a Kerr per vincere il titolo….

In generale la mia impressione è che le prestazioni balistiche di cui sopra sono figlie della parte più “commerciale” della NBA, quella che innalza lo scout e i numeri sopra ogni cosa, quella che imbelletta il prodotto con cipria  e trucchi in funzione del business (e viste le prime pagine dei giornali, sanno quello che fanno); gli americani nella pallacanestro sono un esempio di lungimiranza, a cui è giusto riferirsi, purchè non si scollini oltre l’essenza dello sport. Per questo motivo il ventilato tiro da quattro punti, come “arma” per appassionare ancor più la gente, lo vedo come un pericoloso artificio atto a deformare il gioco, a renderlo una caricatura di se stesso, in quanto totalmente fuori dal controllo tecnico-tattico di giocatori e di squadre di pallacanestro.

Consumo gli ultimi momenti prima della pubblica crocifissione mediatica riguardando gesta di Jasikevicius, Diamantidis, Papaloukas….a voi tutti lascio i 61 dell’uomo mascherato.

p.s. lo ammetto, anch’io in gioventù sono rimasto abbagliato da un “cannibale” della palla a spicchi, Oscar Schmidt!

Raffaele Baldini

Pubblicato il marzo 6, 2014 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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