L’ultima partita di Guerrino Cerebuch, dal diario di Luigi Lamonica

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Luigi Lamonica, arbitro abruzzese alla Coppa del Mondo in Spagna, ci racconta la sua esperienza. Puntata 9 del 4 settembre 2014.

Siviglia (Spagna)
Venerdì, 05 Settembre 2014 – Ore 08:15

Il giorno tanto temuto è arrivato, forse più in fretta di quanto mi aspettassi.

Capita sempre così, quando hai la fortuna di visitare un posto così bello, ricco di storia, caldo, con tanta gente cordiale e sei in buona compagnia: il tempo dei saluti arriva sempre troppo presto.

Così stamattina alle 8 sono uscito per correre un po’ e non pensare troppo alle ore successive, alla email che ci avrebbe comunicato i nomi dei designati per gli ottavi di finale. Correvo, ma le gambe non giravano, il fiato era corto e ansimante e la testa non voleva proprio liberarsi dal pensiero ormai fisso. A niente è servito accelerare il passo: non era giornata adatta. Così, tornato in hotel. Invece di essere pronto per la giornata e la partita del pomeriggio, ero più preoccupato di prima della corsetta e pure un po’ agitato.

Ho deciso di non pranzare in hotel, la colazione avrebbe fatto anche da pranzo. Così, dopo il meeting mattutino, sono uscito con Juan Carlos Gonzalez e Alamiri a bere un caffé, vedere qualche angolo sconosciuto del centro e liberare la mente. Ma niente. Alamiri era spesso al telefono per vedere se la comunicazione fosse arrivata, fino a quando ha deciso di tornare da solo in hotel. Io e “JC” abbiamo continuato e siamo riusciti a distrarci senza pensare troppo, o forse siamo riusciti a nascondercelo l’un l’altro.

Nel pomeriggio sapevamo di avere una partita difficile: la squadra che avrebbe vinto si sarebbe qualificata per gli ottavi, chi perdeva era fuori. E difficile è stata. Se dovessi fare un paragone la paragonerei alla finale di Eurolega del 2007 o alla semifinale delle Olimpiadi del 2008: dopo il primo quarto avevamo fischiato 16 falli!

Ogni contatto era al limite, nessun giocatore si tirava indietro, e dal loro modo di fare ci hanno fatto capire che non avevano intenzione di farlo, fino alla fine. Ma anche noi non avevamo intenzione di tralasciare niente. Ogni contatto al di sopra della soglia che avevamo dettato noi, è stato fischiato come fallo.

Alla fine del primo quarto ci siamo guardati con i miei colleghi e sia Alamiri sia Seibel e io eravamo fermamente convinti di aver applicato il giusto metro. Così, nel 2º quarto, l’intensità non è cambiata e neanche noi: falli lontano dalla palla, body check irregolari, trattenute, non lasciavamo niente per strada e così fino al 5° minuto, quando d’improvviso il gioco è diventato più fluido, le squadre hanno iniziato a segnare con regolarità e la partita è diventata molto più godibile, anche se la Croazia, dopo il parziale di 15-0 di inizio partita, ha sempre condotto facilmente.

Nell’intervallo di metà gara però, ci siamo detti che Portorico se voleva vincere la partita avrebbe dovuto cambiare atteggiamento e, forse, il gioco sporco sarebbe ricomparso, magari anche un po’ più di sporco. Ma con 2 falli tecnici, fischiati nel breve lasso di tempo di 40 secondi proprio nel momento di massimo sforzo della squadra sudamericana, siamo riusciti a controllare la partita direi in maniera molto soddisfacente.

Dal punto di vista psicologico non è stata una partita facile per la terna. Purtroppo Alamiri domani tornerà a casa, ed è stato difficile farlo entrare in partita. Nel colloquio pre gara abbiamo cercato di caricarlo, di fargli capire che è giovane e che avrà altre occasioni per dimostrare tutto il suo valore e che comunque io e Steve ci fidavamo di lui ed anche le stesse persone che avevano fatto la scelta di mandarlo a casa erano stati costretti a farlo, un po’ perchè solo 20 continueranno il percorso, un po’ perchè gli arbitraggi fino a questo momento sono stati di buon livello, e se non avessero creduto nelle sue capacità, mai e poi mai lo avrebbero designato per una partita così importante.

«È per il tuo futuro Abibi, devi dimostrare a te stesso, che si sono sbagliati». Così Abibi si è sciolto dopo i primi minuti iniziati un po’ in sordina e qualche fischio stentato, ma poi anche il suo linguaggio corporeo è stato più rilassato.

A fine partita, nel corridoio che ci portava nello spogliatoio, mi sono avvicinato e gli ho messo una mano sulla spalla dicendogli: «Abibi, stasera era difficile per te, molto più di tutti noi altri. Devi essere orgoglioso di te stesso, di quello che hai fatto stasera, di essere uno dei migliori 40 arbitri al mondo, di aver retto la pressione».

Abibi è scoppiato in lacrime, le stesse lacrime di Jurgis Lavrinavicious ad Alitus nel 2011, le lacrime di chi ha sofferto per arrivare fin qui e non avrebbe voluto tornare a casa. Lo abbiamo lasciato seduto sul pavimento, singhiozzando e l’asciugamano in testa, nella stessa posizione di Jurgis. È stato un déjà-vu, purtroppo. Per salutare Abibi, io, lui e Steve siamo tornati in albergo e ci siamo fatti un bel Tapas tour prima di cena!

Nei 20, divisi tra Barcellona e Madrid, non ci sarà Guerrino Cerebuch, che oggi ha quindi arbitrato la sua ultima partita di una carriera invidiabile. È difficile trovare le parole in momenti come questi, ho paura di dire cose scontate, le stesse cose che dicono tutti e che qualche volta sono banali, o scontate, come gli auguri che si fanno a Natale, con un sms uguale per tutta la rubrica telefonica.

Però è anche vero che bisogna dire qualcosa, perchè una vita dedicata all’arbitraggio va onorata e rispettata.

Caro Guerrino,
come ti ho scritto è il momento di guardarti indietro e vedere quanti sono stati belli questi anni, in campo con una maglietta ed un fischietto.
Ricordare le gioie che hai provato e anche quelle poche tristezze trovate sul tuo percorso.
È li momento di ripensare a quante persone hai conosciuto, a quanti posti hai scoperto, a quanti usi, costumi, che forse non avresti neanche immaginato esistessero.
Pensa alla tua famiglia, a quanto hanno sofferto le tue assenze, ma anche a quanto l’hai resa orgogliosa per quello che hai fatto, per i traguardi che hai raggiunto.
Ricordati Forlì, giugno 1993, quando fosti tu a dirmi: «Vatti a mettere la cravatta, che il Presidente ti deve dare una bella notizia». Io non lo dimenticherò mai che le prime lacrime di gioia da arbitro di Serie A le ho versate sulla tua spalla.
Oggi non cancella niente del tuo percorso, niente e nessuno ti potrà togliere quello che hai costruito con il tuo lavoro sul campo.
Un abbraccio, ci vediamo presto.

Venerdì 5 settembre un volo charter ci porta a Madrid. Il trasferimento ve lo racconterò con un’altra puntata del diario.

Pubblicato il settembre 5, 2014 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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