Dico di non soffermarsi su un giudizio figlio del mio comportamento in campo; sono un ragazzo normale che sa giocare a pallacanestro, che posso essere qualcosa di diverso dalle cifre o dagli atteggiamenti sul parquet.
Qualcuno sposa la teoria del “carpe diem”, cogliere l’attimo perchè del domani non c’è certezza. Tu invece hai sposato la causa di Milano, bypassando per ora l’NBA. Perchè?
In primis per la riconoscenza nei confronti del sig. Armani e del sig. Proli. E’ una scelta comunque ponderata di concerto con mio padre e con il mio agente (Sbezzi ndr.); c’è una crescita tecnica che devo completare per essere pronto, fra 1 o 2 anni, a primeggiare, sia la NBA o qualunque altro palcoscenico.
Andate a vedervi su youtube le mie parole nell’immediata vittoria scudetto… io e mio padre viviamo in rapporto simbiotico, quando gioco, lui gioca con me. Certo, siamo diversi, io più duro mentalmente e introverso, ma ci completiamo.
I disagi di Alessandro ragazzino, in ambienti digeriti a fatica. Forse è questo un ingrediente decisivo per la crescita strutturale e caratteriale di un giocatore?
Sicuramente. Quello che non ti spezza, ti fortifica. In ogni situazione io ho bisogno di una sfida, di un “nemico” da battere.
Proviamo a smontare l’idillio… una critica che Alessandro si fa molto spesso?
Mi critico quanto perdo; il concetto di sconfitta non lo riesco a digerire e me lo imputo spesso.
“In your face”: qualcosa che non hai detto nel libro e avresti voluto dire di persona a qualcuno (anche di positivo).
Non è che non ho detto qualcosa a qualcuno, bensì è un concetto che non ho espresso compiutamente: nel basket moderno si vive troppo di immagine e poco di sentimenti; faccio fatica a vivere questa realtà distorta dello sport che amo.
E’ finito il “quarto tempo”. Per i supplementari Alessandro cosa ci riserva? L’NBA?
L’NBA e le lusinghe di Houston mi stuzzicano. Considero il passaggio alla pallacanestro americana come un punto di arrivo, un modo come un altro per misurarmi con i top player. Ma farò questo passo solo se avrò la certezza di poter competere da protagonista, non da meteora.

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