Michele torna a casa: Trieste, il PalaRubini, la Pallacanestro Trieste, ma soprattutto…il basket!

Michele Bottazzi

Michele Bottazzi

La storia e lo splendido messaggio lanciato da Michele Bottazzi hanno fatto il giro del web e sensibilizzato migliaia di persone. Il triestino trapiantato in terra bergamasca ha scritto una lettera di suo pugno raccontando uno spiacevole incidente di percorso con la salute, divenuto irrisorio di fronte alla forza d’animo e alla passione verso la pallacanestro.

La prima società di basket triestina, la Pallacanestro Trieste 2004, non ha tardato a chiamarlo e ad invitarlo una volta al Palatrieste per vedere da vicino i portabandiera giuliani. Detto fatto, sugli spalti domenica per l’incontro di grande fascino fra Trieste e la “F” fortitudina, Michele sarà presente, con la stessa passione, con un cuore presumibilmente tinto di bianco-rosso.

Ai pochi che non l’avessero letta, riportiamo le righe scritte… e che siano da esempio!

Innanzitutto mi presento: sono Michele, un ventunenne studente universitario, un triestino emigrato da ormai 7 anni in terra bergamasca.

Da buon triestino, ovviamente, sono un grandissimo appassionato di pallacanestro e sono cresciuto passando gran parte delle mie giornate nel mitico “PalaTrieste”.

Come tanti altri ragazzi ho iniziato a giocare a basket per caso, raccogliendo un volantino di un corso di minibasket e dichiarando espressamente ai miei genitori che quello sarebbe stato il mio sport preferito.

Detto fatto, a quattro anni già trotterellavo per il campo con una palla più grande di me cercando di acquisire quantomeno la coordinazione necessaria per non inciampare correndo. Neanche a dirlo, un anno dopo l’altro mi sono appassionato sempre più, e, complici le partite domenicali di Trieste in serie A, iniziai a fantasticare su un mio futuro da giocatore di basket.

Il grande passo fu in seconda elementare, quando i miei genitori decisero di iscrivermi ai corsi della storica Pallacanestro Trieste. Niente di più bello, se non che il mio carattere timido e introverso negli anni successivi mi frenarono tanto da rendere facile la vita dei ragazzini che dovevano difendere su di me: mi marcavo da solo, io quella benedetta palla tra le mani proprio non la volevo. Non esattamente come Kobe, insomma.

Il basket lo vivi per davvero solo quando hai la gioia di giocarci e quando speri di essere tu quello che mette la palla in fondo alla retina. Così crescendo iniziai a prendere coraggio e ad avere le prime soddisfazioni; partite vinte, complimenti di compagni e allenatori, convocazioni nelle selezioni provinciali e regionali.

Oltre al basket giocato però ho anche un altro grande ricordo che sicuramente mi può accomunare ad altri ragazzi. In quegli anni iniziò a diventare sempre più semplice accedere ad Internet e mentre la Pallacanestro Trieste falliva e ripartiva dalle serie dilettantistiche iniziai a scoprire il basket americano e feci di “nba.com” la mia homepage sul computer.

Il basket d’oltreoceano era ed è fatto di grandi personaggi e in quel momento Tracy McGrady era forse il giocatore più forte e acclamato, ovviamente diventò il mio giocatore preferito e gli allenamenti diventarono il momento perfetto per provare ad imitare le sue azioni migliori (tengo a specificare che tifai per lui in maniera sfegatata anche nelle ultime rovinose stagioni passate in infermeria). Un giorno, da solo, zero contro uno, provai a fare 13 punti in 35 secondi. Non ci riuscii.

I miei anni a Trieste li continuai a passare nella mia squadra che era diventata anche un grande gruppo di amici, i miei migliori amici.

Quando mi traferii a Bergamo (per questioni di lavoro di mio padre) nel primi periodi accantonai quasi ogni cosa, anche la pallacanestro, tanta era la delusione per aver perso tutto ciò che mi circondava e rendeva felice.

Ma negli anni di grande difficoltà fu proprio questo sport a farmi andare sempre e comunque avanti, magari mi presentavo svogliato agli allenamenti ma in fin dei conti erano l’unica cosa che mi occupava un po’ il tempo.

A Bergamo sono comunque riuscito a raggiungere qualche buon risultato, qualche campionato giovanile vinto e qualche partita giocata in Serie C Regionale. La mia ultima esperienza in Prima Divisione l’anno scorso è stata forse il classico compromesso che si trova tra lo sport e lo studio o il lavoro, un passatempo che occupa un paio di sere a settimana.

Iniziata l’università la scorsa estate decisi di dedicarmi totalmente a quello, anche perché facendo da pendolare tra Bergamo e Milano il tempo per dedicarsi ad altro era ben poco.

Agli inizi di dicembre, però, ho iniziato a non sentirmi molto bene, ero spesso affaticato e svogliato e tutto ciò lo riconducevo soprattutto alla mancanza di attività fisica.

In realtà non era niente del genere: a ridosso delle festività natalizie ho deciso di fare una visita da un urologo, sospettavo che alcuni dolori che sentivo alla zona inguinale fossero da attribuirsi a un varicocele, una patologia abbastanza comune nei ragazzi della mia età. La visita durò molto e percepivo nel medico una preoccupazione forse eccessiva. Mi diagnosticò effettivamente questa patologia ma insistette nel farmi fare un’ecografia urgente, che prenotò per la mattina seguente.

Mi presentai alla visita con una sensazione strana, quasi sapendo già che forse avrei scoperto qualcosa di inaspettato e forse mai considerato. Quella mattina mi trovai davanti a qualcosa di più grande di me, i medici erano totalmente sicuri che avevo un tumore al testicolo sinistro.

Le ore successive furono di totale sconforto, mi chiedevo il perché di tutto ciò, il perché un male così grande da cui mi ero sempre considerato quasi “immune” avesse colpito proprio me.

La verità è che a queste cose non c’è una vera risposta, e la prima cosa di cui mi sono reso conto è che troppo spesso nella nostra vita tendiamo a considerare certe cose estranee a noi, perché diciamocelo chiaramente, è più facile pensare che possano toccare le altre persone piuttosto che noi stessi.

Ma non è così, e allora quando un male del genere ti colpisce lo fa con tutta la sua forza minando ogni tua certezza.

I giorni che seguirono furono molto strani, per una serie di coincidenze fortunose allo IEO (Istituto Europeo di Oncologia) di Milano decisero di operarmi nel giro di una settimana. Era il momento di tirare fuori le palle (un’ultima volta…) e giocarmela 1vs1 con il mio nemico.

L’operazione di per sè non è stata niente di troppo invasivo, se non che ti risvegli con una protesi in una zona del corpo che per gli uomini è quasi intoccabile (sapete di cosa parlo).

Complici l’amore della mia famiglia e della mia ragazza, la vicinanza delle mie amicizie e le festività natalizie il periodo successivo passò in fretta, iniziai a camminare in modo quasi normale e mi concessi anche un viaggio a Berlino che era stato programmato per Capodanno, salvo poi essere per forza di cose cancellato.

Il problema vero forse si è presentato qualche mese dopo, quando la testa che spesso e volentieri purtroppo fa come vuole, ha iniziato a lavorare e rimuginare su ciò che mi è accaduto.

Lo voglio dire apertamente, mi reputo un ragazzo molto fortunato, nonostante tutto: fortunato per aver scoperto la malattia in tempo, fortunato perché ho avuto vicino a me persone che mi hanno dato forza e fortunato perché nella rarità del mio caso specifico di tumore al testicolo i medici hanno valutato che nei mesi successivi non sarebbe stato necessario fare alcuna terapia.

Nonostante ciò però i momenti bui li ho avuti, ho provato cosa vuol dire sentirsi insicuri e tristi, cosa vuol dire aver la paura di non essere più la stessa persona di sempre sia caratterialmente che fisicamente. Ma la verità sta sempre nel mezzo, ed è così che forse ora ho capito che sono stato fortunato ma che forse sono anche effettivamente cambiato. Ma in positivo. L’importante è sempre trovare qualcosa di buono anche nelle brutte esperienze e devo dire che ora più che mai comprendo il valore della vita e del tempo che abbiamo a disposizione: non val la pena perdersi in cose che non ci fanno bene o non ci rendono felici, bisogna sempre cercare di stare bene con sè stessi per pretendere di stare bene anche con gli altri.

Con la mia storia non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, vorrei solo far arrivare un messaggio a tutti, a chi come me ha avuto un’esperienza di questo genere, a chi non ha mai considerato l’idea di potersi ammalare, a chi tutt’ora lotta per guarire.

Il cancro ai testicoli spaventa ed è un male da non augurare a nessuno, ma è anche vero che ormai le percentuali di guarigione sono altissime e la ricerca ha fatto grandi passi avanti in questo. Ciò che è importante, fondamentale, è il tempismo e la prevenzione.

Bisogna trasmettere ai ragazzi l’idea che con l’avvicinarsi dell’età adulta è importante fare almeno una visita di controllo da un urologo. Troppo spesso la disinformazione e dei tabù imposti dalla società fanno credere che certe cose non siano necessarie ma niente può aiutare a prevenire più del tempismo.

Con la fine della leva militare, che spesso e volentieri aiutava a scoprire certi problemi con delle visite specifiche, sempre più ragazzi arrivano in età adulta a scoprire un problema che forse, se preso con un po’ di anticipo, sarebbe potuto essere di entità minore.

Quindi non abbiate vergogna, non siate superficiali, non fate passare il tempo credendo di essere invincibili: una palpatina ai gioielli di famiglia non ha mai fatto male a nessuno.

La mia è una storia come tante, io stesso sono un ragazzo come tanti altri, ma ora posso dire qualcosa in più su di me: ho vinto la mia battaglia.

Michele Bottazzi

P.S: piccola curiosità viste le domande che sempre mi vengono poste: NO, non sono un “monopalla”. Quella destra è sana, quella sinistra c’è ed è di silicone. Ad ogni “colpo basso” ho il 50% di possibilità di non sentire quasi nulla… Mica male!

Pubblicato il ottobre 24, 2015 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . 2 commenti.

  1. Cortesemente per tutti noi triestini si gioca al PALATRIESTE mi spiace per il grande Cesare ma è così per tutti o quasi !!!

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