Un omaggio agli eroi del ’76…sono già emozionato!

pall.ts-1975-76Una maglietta celebrativa e l’applauso del pubblico del PalaRubini. Sarà questo l’omaggio agli “eroi di Bologna”. Lo spirito dell’iniziativa è spiegato dal presidente della Pallacanestro Trieste Giovanni Marzini. «Quella squadra è stata determinante per costruire la storia del basket moderno a Trieste. Non ci fossimo salvati nel 1976, poi non avremmo avuto l’era Hurlingham. La cerimonia di domenica sarà la prima di una serie di iniziative che proseguiranno l’anno prossimo per far riapplaudire dai tifosi di lunga data e far conoscere ai più giovani i personaggi che hanno dato lustro alla Pallacanestro Trieste». La rappresentanza della squadra del 1976 dovrebbe essere nutrita. Salvo sorprese, mancheranno solo Taylor, Forza, Bassi e Bacchelli, trasferitosi – da tempo e con fortuna – in Venezuela.

 

Questo è un trafiletto riportato da “Il Piccolo” di Trieste che mi fa emozionare. Voi direte… come faccio ad emozionarmi per una cosa accaduta quando avevo due anni?

Ebbene si, la storia della pallacanestro Trieste, grazie al cielo, imprime nella testa dei protagonisti e di chi ne è stato spettatore, alcune istantanee indelebili.. talmente indelebili che sono arrivate a quelli della mia generazione, e forse anche a quelle successive. Finalmente a Trieste viene esaltato il principio di APPARTENENZA, vocabolo ormai inflazionato nel mio modo di recepire la pallacanestro verace, quella dei campanilismi, quella della propria città. Ogni spettatore maturo che avesse figli, nipoti, amici in tenera età, non esiti a richiedere attenzione nel momento di rendere omaggio agli idoli di Bologna, quelli che schiusero le porte emotive e sportive per l’era Hurlingham; ricordate che ogni momento di storia che voi instillate nelle nuove generazioni, è un ottimo motivo per non riporre il libro delle passioni in soffitta.

Tutto questo grazie alla presenza di un Presidente appassionato e triestino come Giovanni Marzini, uno che ha vissuto ma che ha ben presente il valore mediatico dell’amarcord. Finalmente la prima realtà locale si ferma, riavvolge il nastro e si specchia sulle fondamenta di una tradizione locale.

Io sono già emozionato adesso… ve lo dico già, sento che questo percorso intrapreso possa essere il primo passo verso il museo del basket, verso un nuovo modo di concepire la pallacanestro di livello; anche perché, non fa mai male ribadirlo, Trieste è l’epicentro di un movimento che, in epoche diverse, ha strutturato tutto il basket italiano vincente, con passerella in quel di Milano.

Vi lascio con un ultimo stralcio dall’articolo di Roberto Degrassi, perché ho la pelle d’oca…

La Pallacanestro Trieste anche nel 1976 è una squadra fatta in casa. Di soldi ne girano pochi. I giocatori percepiscono un rimborso spese di cinquantamila lire al mese. C’è chi studia. C’è chi fa l’impiegato, magari al Lloyd Adriatico: in quegli anni gli uffici di via Lazzaretto Vecchio diventano, grazie a Ettore Zalateo, una sorta di foresteria biancorossa. La rosa recita, rigorosamente in ordine alfabetico: Mauro Bacchelli, Luciano Bassi, Sergio Bubnich, Andrea Ceccotti, Walter Forza, Doriano Jacuzzo, Gino Meneghel, Livio Millo, Riccardo Oeser, Franco Pozzecco, Rogelio Zovatto. L’unico sforzo economico viene fatto per lo straniero. Un lungo dalla Carolina del Sud che coniuga la lettura della Bibbia ai canestri. Butch Taylor. Al torneo Del Negro, a Monte Cengio, con una schiacciata manda in frantumi un tabellone. Le conseguenze sono una cicatrice con 49 punti sulla schiena e un atteggiamento da quel giorno più prudente. In panchina Romano Marini. Ma non sarà il nocchiero sino al termine. Gli subentra nel corso della stagione “Cola” Porcelli. Nell’ultima giornata di campionato Trieste gioca a Brindisi. Vincendo, sarebbe salva. Altrimenti, rischierebbe lo spareggio con la Pintinox Brescia. «Veniamo ospitati in un agriturismo di proprietà del Lloyd Adriatico. Un paradiso. Anche troppo. Cibo fantastico, vino generoso. Il resto del tempo lo passiamo giocando a gnagno o cotecio. A pranzo, il giorno della partita, facciamo onore alla tavola. Qualche ora dopo Brindisi ce le suona. Ci rimettiamo in viaggio. All’arrivo alla stazione di Trieste chi ci viene a prendere si sorprende nel vederci sorridenti. C’è un motivo: non abbiamo lasciato l’agriturismo a mani vuote. Abbiamo fatto la scorta di olio e carciofi per mesi». Nelle file di Brindisi gioca il povero Claudio Malagoli. Conosce i giocatori triestini e, da professionista ben retribuito, li rimprovera: «Ragazzi, ma davvero giocate per un niente? Così rovinate l’ambiente…» La risposta è un sorriso: «Claudio, così o altrimenti a Trieste non si fa più basket».

 

Raffaele Baldini (www.cinquealto.com)

Pubblicato il aprile 8, 2016 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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