Giusto così, virtù dei pazienti e nobiltà giuliana

12983363_1063339240391336_7982600508421496768_oE’ giusto così

E’ giusto che l’Alma Trieste vada ai play off, è giusto veder festeggiare commossi 4000 tifosi, è giusto vedere mezza squadra cantare in mezzo al campo “Viva l’A e po bon”, è giusto vedere il Presidente Marzini con le lacrime agli occhi, è giusto vedere la squadra sotto la Curva Nord con capitan Coronica ad imbracciare il megafono e lanciare i cori…

È giusto perché tutti gli attori in causa hanno meritato l’obiettivo, dalla squadra allo staff, dai dirigenti ai tifosi. La Trieste cestistica è povera ma virtuosa, ha nuovamente vinto la classifica dei giovani, e lo ha fatto con prodotti locali. Se solo il substrato cittadino riuscisse a trovare una conciliante visione d’insieme, la dimenticata oasi del nord-est potrebbe diventare il laboratorio baskettaro d’Europa! (e sottolineo Europa). Ora la post season rappresenta si un premio a tutto quanto sopra esposto, ma anche una grande occasione: l’Alma oggettivamente sta benissimo, arriva nel momento clou della stagione in uno stato psico-fisico invidiabile, sa di poter contare su un seguito che registrerà numeri importanti (perché DEVE essere così). Guardandola con gli occhi delle avversarie, io non vorrei mai trovarmi Coronica e soci di fronte in un turno play off.

La virtù dei pazienti

Lo so cosa direte tutti…la pazienza messa in mostra in questa stagione era necessità, non virtù. Può essere, ma l’isteria certo non aiuta a migliorare le cose. La Pallacanestro Trieste ha agito potando i rami secchi e non intervenendo sulle radici; Hristo Zahariev poteva rappresentare l’appiattimento emotivo sui 28 metri di parquet (pur considerando capacità tecniche degne), serviva il detonatore per scatenare l’aggressività del gruppo. Roberto Nelson, pur essendo il primo a sapere che il rendimento non è stato sempre all’altezza, ha comunque scosso l’ambiente, non solo per il canestro all’ultimo secondo contro la Fortitudo al Paladozza. Certo, per gli amanti della cabala, fu la stessa cosa per Wood, e tutto partì proprio con un canestro all’ultimo secondo (da tre, contro Torino).

In generale la pazienza palesata dai vertici, è quella “di sistema”, per dirla in linguaggio dalmassoniano, cioè forte di un idea di base che non ammette cambiamenti; insomma, si va testardamente avanti per la strada intrapresa, o ci si adegua, o si muore. I ragazzi si sono adeguati eccome, e dal “trauma” di Matera ne è scaturita la resurrezione dell’Araba Fenice, pronta a stupire ancora.

Triestini, dna cestistico

Andrea Pecile, Andrea Coronica, Stefano Bossi, Enrico Gobbato, Massimiliano Ferraro sono i protagonisti della partita di ieri; triestini, decisivi, orgogliosi di indossare una canotta storica e rappresentare la propria città. Spiegatemi voi se nello sport NAZIONALE di livello c’è un concentrato di etica e di romanticismo sportivo come in terra giuliana. Quando si parla di tradizione in città si vuole sottolineare anche questo, cioè l’ innata predisposizione al gioco della pallacanestro, per influenze familiari di ogni genere (genitori, nonni, zii, avi). Vi assicuro che c’è molta più nobiltà nella Pallacanestro Trieste 2004 che nella quasi totalità delle squadre di serie A; se poi tutto questo aggiungete un grande pubblico, allora la fiamma della passione non si spegnerà mai.

Raffaele Baldini (www.cinquealto.com)

Pubblicato il aprile 18, 2016 su HighFive, News. Aggiungi ai preferiti il collegamento . Lascia un commento.

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