
Dovessi dare un nome ed un cognome (e magari un soprannome) all’abnegazione, volontà, sacrificio, etica nella pallacanestro, non avrei dubbi, scriverei a lettere cubitali Roberto “Bobo” Prandin.
Ricordo ancora, ero in fila fra gli scettici di chi giudicava improvvida la scelta di coach Eugenio Dalmasson di portare a Trieste il ragazzo veneziano. Per l’amor d’iddio, una carriera nelle categorie minori a suon di canestri, ma era evidente che c’era tanto altro nella scelta. Bastano pochi secondi della prima esibizione in casacca biancorossa per far diradare come camosci i dubbiosi della “famosa” fila: un “fighter” nell’anima, uno stuntman del parquet, un giocatore che non arretra di fronte a niente e nessuno, prendendosi i giusti tiri chiunque avesse di fronte. “Bobo” Prandin scala come Marco Pantani il Mortirolo, diventa jolly decisivo in una Pallacanestro Trieste che ritroverà la massima serie.
Se, come dice il sociologo e psichiatra Paolo Crepet, il più grande insegnamento di un genitore è l’esempio, ecco che Edo può già ora ringraziare il fato che gli ha regalato un papà così. Ogni singolo secondo consumato fra due canestri racchiude tutti i valori di un professionista; nello sguardo e nella mente di un bambino tutti gli elementi per riempire il “database” per un costruttivo futuro da adulto.
Roberto Prandin, come furono Dacio Bianchi, Nello Laezza e Andrea Coronica, incarna il senso di appartenenza che ogni tifoso vorrebbe vedere nei propri idoli. Una faccia stravolta dalla stanchezza, un avversario inseguito anche in spogliatoio, uno sgraziato ma efficace modo di arrivare a canestro…ecco, tutto questo è “Bobo” Prandin su un campo da basket. Poi c’è l’uomo fuori dal campo, padre e compagno in una splendida famiglia, persona educata e mai sopra le righe, disponibile.
Esistono uomini copertina ed esistono uomini di contenuto, per un lungo capitolo, indimenticabile, della storia della Pallacanestro Trieste. Ed è proprio questa la chiave per inquadrarlo, non giudicarlo dalla copertina ma leggendo a fondo il testo, anche fra le righe, metabolizzando nel tempo un pensiero che deve essere maturato con il rispetto dovuto.
Caro “Bobo” adesso la fila degli scettici è aumentata e si è spostata verso quella dei riconoscenti.
Grazie di tutto!
Raffaele Baldini
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