Più si invecchia e più manca il tempo, più si invecchia e più si ha l’esigenza di concretizzare i propri desideri, i propri sogni. Ebbene si, pensare che l’ultima finale di Coppa Italia dista 30 (fottuti) anni, quell’inciampo a un metro dal traguardo contro Trento, assomiglia moltissimo ad un rammarico grande come una casa (figuratevi poi dopo il risultato della finale…). Il giorno dopo si è molto più razionali, due si diventa asceti. Spenta la standing ovation per la neopromossa (!) Pallacanestro Trieste che batte la favorita Trapani e mette paura a chi è stato in testa alla classifica per buona parte del girone di andata, è possibile tracciare un quadro più puntuale su quello che poteva essere e non è stato. Partiamo dall’assenza di Colbey Ross. Pensare che la sua assenza abbia schiuso le porte ad un sontuoso Michele Ruzzier è riduttivo e sciocco; Ross è un terminale che da solo calamita mezza difesa avversaria, è uomo che libera spazio per i tiratori, è un marcatore di assoluto livello. Già questo fa capire quanto Trieste fosse arrivata a Torino con un “gap” da colmare inevitabilmente. Ora però si guarda avanti e il primo obiettivo tattico diventa far coesistere Ruzzier con Ross; non è più pensabile lasciare Miki a minutaggi di rincalzo, vedendo la qualità nella regia e nella fase offensiva. L’assenza di Ross, a caduta, ha imposto a coach Christian di trovare il vice-Ruzzier; nella ridda di papabili, Denzel Valentine si è districato con sufficiente qualità, Markel Brown invece è stato un compendio di letture sbagliate. Ecco un altro minus valore biancorosso, l’annoso problema della regia restituisce un terminale di clamoroso valore come Brown a mezzo servizio, un peccato. Diversi attenti spettatori televisivi hanno notato una certa reticenza della terna arbitrale, negli ultimi minuti di semifinale, a fischiare contatti duri della difesa trentina. Ci può stare, ma credete che, da bordo campo, l’impressione è che la squadra allenata da Galbiati avesse una coerenza e una credibilità tali, da convincere chiunque a non fischiare. La questione è molto semplice, e mi servirò di un elemento sbocca-ricordi: rammentate la difesa imposta da coach Eugenio Dalmasson nella decade triestina? Ecco, Trento non ha fatto nient’altro che presentare una versione similare, con fisicità, giusta “sporcizia” e soprattutto intensità. In ultima istanza, gli dei del basket hanno premiato chi ha avuto il coraggio di lanciare un 21enne britannico (Quinn Ellis ndr.) e un 20enne italiano (Saliou Niang ndr.), nei minuti decisivi, quando dalla parte opposta si speculava su rotazioni ridottissime e con uomini sopra i trent’anni in campo troppi minuti; per quanto appena scritto, per me Paolo Galbiati è l’Mvp stagionale.

Adesso però si guarda avanti, passando per la fase più complessa della stagione: dopo la Coppa Italia si ha un fisiologico calo mentale e fisico, Trieste necessita di un reset e una ripartenza convinta, perché quando si torna a giocare, c’è un derby di fondamentale importanza con Treviso. In più c’è un’ulteriore tegola, un leit motiv stagionale, quello del problema occorso a Denzel Valentine; il suo infortunio parla di un riacutizzarsi di una fascite plantare, questione non proprio di poco conto e con una tempistica di recupero variabile. A prescindere dai gusti personali, abbiamo visto tutti quanto la personalità e l’estro del “chitarrista” siano decisivi, perché prescindono da avversaria, palcoscenico, momento della partita. Per rasserenare i “vecchi” come il sottoscritto, un’eventuale finale sarebbe stata giocata senza Denzel, con un Ruzzier fisiologicamente stanco, uscire di scena un momento prima può essere più dignitoso che uscire male il giorno dopo. Certamente, quello che deve essere il prossimo step in casa Pallacanestro Trieste, è trasformare le pacche sulle spalle di tutti gli addetti dei lavori italiani, ad un sano fastidio (o anche odio, perché no) di chi vince; è arrivato il momento di non accontentarsi, perché il motto del Presidente Matiasic è “vincere, vincere, vincere”, non c’è spazio per le interpretazioni.

Poi c’è l’eredità che non si vede. A Torino la Pallacanestro Trieste ha fatto il pieno di visibilità, l’azione di Jeff Brooks è stata più vista del gol di Marco Tardelli ai Mondiali dell’82, tutto lo stivale si è accorto della solidità strutturale del nuovo corso americano e della levatura di due persone come Mike Arcieri e Paul Matiasic. Questo è tantissimo in proiezione, purchè ci sia continuità, magari con un crescendo incrementale. Ah si, l’eredità che non si vede, ma si sente, è anche portare 200 tifosi a Torino per la semifinale e tutta Trieste davanti al video. Respiriamo quest’aria, perché è aria salubre. Ah si, poi c’è la parte più virtuosa dell’eredità: perdere è parte integrante di un percorso di crescita, chiedetelo ai trentini dopo due finali scudetto perse… così capirete le lacrime di fine partita di Toto Forray e del Presidente Longhi alzando la coppa.

Raffaele Baldini

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