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A te la parola Mario…

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Mario De Sisti

Non se n’è andato in punta di piedi… bensì rigorosamente a passo ritmato da ballerino consumato quale era. Mario De Sisti a 76 anni ha deciso che poteva bastare, è suonata la sirena di fine partita, con una vittoria certa. Voglio ricordarlo con le sue parole, quelle che mi rilasciò per Basketnet.it, quando ero Direttore, quasi due anni fa.

Mario De Sisti: “Ridateci i maestri e i soldi, rifaremo grande la pallacanestro italiana”

Vai a Mantova e incroci uno dei decani illuminati della pallacanestro italiana: Mario De Sisti da Ferrara, un giramondo dalle molteplici esperienze cestistiche (anche internazionali), passato per il femminile sino al settore giovanile dei tempi attuali. Quale occasione migliore per parlare schietti, come nel suo stile, di quello che gravita attorno ad un’arancia, fra due canestri.

Coach, guardando la pallacanestro italiana, l’annoso problema dell’abuso dei pick’n roll e l’uniformità tattica, si diverte?

“Mi piace poco sinceramente. Il pick’n roll in tutte le salse ha tolto la fantasia, è digerito con destrezza dai giocatori più esperti, materia inaridente per i più giovani. Il pick’n roll deve avvenire a conclusione di un’azione offensiva, non nelle primissime battute dei giochi; il bello è che nella sua esecuzione non vedi poi né un tiro né un pallone in area pitturata… allora cosa serve? Per fare un esempio vincente, la Spagna sfrutta due volte il pick’n roll, uno per Gasol e uno per Reyes, stop. La pallacanestro moderna ha due altri problemi gravi: i playmaker che palleggiano per 20 secondi, pompando quella maledetta palla, e la mancanza di numeri “5” di ruolo.”

Ha vissuto un passaggio importante del movimento fra gli anni ’80 e ’90, in cui la pallacanestro si è emancipata economicamente ed ha prodotto grandi squadre e grandi risultati. Tutto questo grazie al benessere finanziario?

“Certamente si. Il benessere economico ha dato l’opportunità alle società di investire su settori giovanili, con i migliori allenatori in circolazione. Se ci fate caso, tutta la generazione di allenatori vincenti come Messina, Scariolo, Bucchi, ecc. è caratterizzata da una gavetta nel settore giovanile. Insomma, c’è poco da fare, con i soldi puoi ricavare dalla maggior quantità, la miglior qualità.”

Allenatore contaminato da mille esperienze, anche estere, come vede la cultura cestistica in Italia?

“Lo considero un periodo di transizione. Allenando anche i giovani prospetti del futuro, vedo che c’è un grado di atletismo notevolissimo ma manca la cura della tecnica. Ho sempre sostenuto che prima di correre bisogna imparare a camminare…”

Nel tempo ha avuto la fortuna (e l’umiltà) di confrontarsi con le generazioni rampanti successive alla sua, quelle dei vari Messina, Scariolo, Sacripanti, Boniciolli. Cosa ha ricavato professionalmente da loro?

“Cominciamo col dire che loro hanno imparato da me… più che viceversa! Ho avuto la fortuna di interfacciarmi con loro… e abbiamo fatto anche discrete baruffe. Ma c’era fra noi quello spirito di confronto, soprattutto sfruttando quel grande momento di aggregazione dei tornei estivi. In quelle occasioni, finite le partite, si andava a mangiare una pizza e una birra e si parlava di basket, ognuno portando qualcosa di interessante alla discussione. Oh, ultimo non ultimo, con Scariolo durante gli Europei… ho suggerito una soluzione alternativa al pallone a Gasol spalle a canestro… poi risultata vincente.”

Un uomo di oltre settant’anni che corre dietro ai ragazzini per insegnare pallacanestro. Mi spiega il concetto di “vocazione”?

“Passione. Mi sono definito sempre più che un allenatore un ricercatore. Ho sempre amato studiare nuove soluzioni per i giovani, lavorando per farli diventare prospetti da serie A. Io lavoro da subito in proiezione, con i ragazzini dall’annata 2000 in poi. Ai playmaker dico: “vuoi diventare un giocatore di serie A o da settore giovanile? Allora vedi di non andare in penetrazione sotto canestro sempre, a meno che tu non sia in contropiede”. Per essere moderno suggerisco di vedere Curry o Parker in un movimento tecnico decisivo per gli esterni, lo step-back.”

Cosa pensa dei grandi santoni come lei, Bianchini, Peterson, Taurisano, ecc., dimenticati dal basket che conta?

“Penso che sia una vergogna! E non lo dico certo per quello che mi riguarda, ma per l’assurda dispersione di esperienza  e competenza. Qualora non si ritenesse opportuno farli allenare, trovare un posto come Direttore Tecnico sarebbe una grande operazione societaria. Ma vi rendete conto che uno come Arnaldo Taurisano, il re dei fondamentali, non è operativo? Vi dico io qual è il problema… i manager temono la forte personalità offuscante degli allenatori.”

Cosa si augura per la pallacanestro italiana in futuro?

“Maggiori iniziative da parte degli sponsor, solo così il movimento può crescere rigoglioso. Ci sono troppi costi da sopportare, a tutti i livelli, e non ci sono soldi per arricchirsi di competenze di alto livello. Un bel progetto in corso? Quello dell’Eurobasket Roma, con la brillante idea di portare in società persone come Valerio Bianchini e Attilio Caja.”

Direttore Raffaele Baldini

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Pubblicato il maggio 13, 2017, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., HighFive, News con tag . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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