Quel silenzio che solo Trieste sa rendere poesia

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La mamma di Sveva con Daniele Cavaliero

La pallacanestro è la mia passione, quel mix di intelligenza, tattica, atletismo fuse in un quintetto, cinque dita che assemblate a dovere hanno la forza di un pugno chiuso. Negli anni, ho poi abbinato il piacere estetico dello sport votato al cielo a quelle sfumature invisibili: il palazzetto vuoto prima e dopo la “battaglia”, le facce dei tifosi, il linguaggio del corpo dei protagonisti. Poi ho scavato ancora più a fondo, registrando in ogni evento sportivo la natura di un popolo, quello che da manifestazioni spontanee caratterizza la gente di una città. Trieste in questo è peculiare, presenta una facciata scontrosa e apparentemente distaccata, austro-ungarica come direbbero i nostri “vecchi”, ma fottutamente sincera. Nessuno come i triestini riesce a rendere un silenzio…melodico, nessuno riesce a dar corpo a qualcosa che non c’è; il muto cordoglio fuori dalla Questura per i due agenti uccisi, il silenzioso accompagnamento alzando quei cartoncini con la scritta “Sveva” sono la colonna sonora di un’emozione non pianificabile, non artefatta.

In quel palazzo che cambia nome ogni vento di Bora, resta inalterata la magia al suo interno. Alla fine della partita con Brescia, dopo una vittoria che renderebbe sguaiato e scomposto anche il Dalai Lama, ecco che la famiglia allargata di Sveva si stringe spontaneamente. Nessuno si muove dai seggiolini, su cui poco prima ha inveito contro Elmore e Justice, gioito sui numeri di Jones, indirizzato la preghiera di Da Ros e soffiato al tiro di Sacchetti; tutti (bresciani compresi) alzano nuovamente i cartoncini, parte la musica mirabilmente spogliata da effetti speciali di Gigi Dag, nessuno fiata… ed è poesia.

Ribadisco, non c’è città in Italia in grado di produrre manifestazioni spontanee così emotivamente forti, non c’è bisogno di avere i fari puntati addosso o suggerimenti dalla “regia”. Trieste è diffidente, ma quando la convinci, dà tutto.

Il mio auspicio è che adesso queste istantanee vengano gelosamente custodite da ognuno di noi, senza rischiare di sbiadirne i colori con eccesso di mediaticità. La figura della piccola Sveva non può svanire, semmai può essere più luminosa nelle gesta dei protagonisti sul parquet, nelle emozioni della famiglia allargata sugli spalti, in quella palla che finisce nel canestro.

L’uomo in silenzio è più bello da ascoltare…

Pubblicato il ottobre 21, 2019, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 3 commenti.

  1. Buongiorno Raffaele.
    Il proverbio giapponese che ha messo quasi in “firma” del contenuto, racchiude lo stesso, e mi piace pensare che da lì lei è partito. Lo ha declinato, per usare un termine a lei caro, e sviluppato, aperto come un bambino fa, o vorrebbe fare con un qualsiasi giocattolo o, più avanti col tempo con una radio.
    Mi ripeto, una volta di più, e scrivo di quanto alcuni suoi articoli sono, a parer mio, piccole storie dell’anima condivise con gli altri.
    Scrivo questo non perchè dovuto, non per un complimento, e non per una mia compulsiva esigenza di commentare sui – sedicenti – “social”. Non amo commentare. Non amo partecipare a disquisizioni che non siano viso a viso, magari davanti ad un caffè o un buon bicchiere.
    Amo il silenzio dell’ Homo sapiens.
    Ma non quello dettato dall’indifferenza. Quel silenzio da lei ben descritto in questo suo articolo. Quel silenzio figlio della Rivoluzione Cognitiva, che ci ha portato dal Neanderthal al Sapiens. Quella Rivoluzione che ci fa creare finzioni, gli accademici in parrucca le chiamerebbero Realtà immaginata o Costrutti sociali, che non sono bugie. Sono un processo che fa sì che migliaia di estranei cooperino e agiscano in direzione di obiettivi comuni.
    Sono fuggito da Trieste, molte volte, e altrettante son tornato per tornare a fuggire.
    Perchè il triestino è inquieto, forse chiuso nel suo mondo ma capace di aprirsi e inglobare in un attimo tutte le differenze.
    La “finzione” ( non bugia) del fatto capitato alla piccola Sveva è un segnale in più di quanto, credendo in uno scopo comune, anche un luogo a volte di scontro come un palasport, può renderci umani fra noi ma anche al di là del colore del tifo che viene contenuto.
    Un filo di tristezza mi assale se penso che siano fatti tragici come questi a farci agire così. E per questo ho un filo di speranza che quello che mi assale come sensazione di sacrificio, quello di Sveva, possa diventare un monito: cercare di essere come siamo stati in questi giorni senza il bisogno di una spinta tragica. Questo mi dà il suo articolo.
    Lo giuro, non ho mai scritto tanto, non intendevo farlo nemmeno ora ma è stato un argine che è collassato e ha riversato un fiume di emozioni e pensieri.
    Dicevo che non scrivo per dirle “bravo”.
    Infatti, il suo articolo è stato il grammo in più che ha fatto spostare il baricentro e crollare quell’argine. Mi rendo conto altresì che potrebbe sembrare autoreferenziale il tutto, da parte mia.
    Ma è solo un desiderio improvviso di condividere quello che lei ha tirato fuori da me in poche righe.
    Quindi non le dico “bravo” ma la ringrazio e le auguro di continuare ad esprimersi più e più volte nella stessa maniera.
    In un mondo di articolisti alla deriva è un porto sicuro.
    Buona giornata.
    Andrea.

    post scriptum
    non è necessario che lo pubblichi come commento, faccia come sente lei. Se lo ritiene utile, pertinente vista anche la lunghezza contro ogni logica moderna di scrittura sul web.
    Non cambia nulla per me nei suoi confronti.

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