Ci ha lasciati un signore del parquet: Bruno Cavazzon

Fonte: Il Piccolo a cura di Raffaele Baldini

Se ne va silenziosamente un signore della pallacanestro, Bruno Cavazzon. Non è passiva retorica di un uomo che è passato a miglior vita, all’età di 83 anni; è l’eredità di un vissuto a contatto con la gente, le stesse persone che ricordano i modi garbati, mai sopra le righe, rispettosi di un simbolo della Trieste cestistica. Robusto giocatore della Stock Trieste di fine anni 50 inizio anni 60, in serie A; un talento non indifferente con il peculiare tiro mortifero dall’angolo, tanto da ricevere le lusinghe della Simmenthal Milano, educatamente bypassate per motivi familiari. L’apice sportivo da agonista è la chiamata in Nazionale per le Olimpiadi di Melbourne nel 1956, esperienza mancata per “austerity” denunciata dal CONI. A cavallo degli anni ‘60/’70 chiude la carriera da giocatore con la storica Italsider del Presidente Simoncelli (nella mitica palestra “Della Valle”), divenendo poi allenatore. Nel 1978 diventa timoniere dell’Alabarda forgiando giovani virgulti che faranno poi parlare di sé, da Alberto Tonut a “Zorro” Zarotti, passando per Sergio Dalla Costa. Proprio dalle parole di quest’ultimo, storico addetto ai lavori della Pallacanestro Trieste, il ricordo più esaustivo e sincero: “Bruno è stato un fratello maggiore per me, il miglior compagno sportivo e amico vero. Lo vedo ancora arrivare con il giornale sottobraccio in Piazza Unità per disquisire del più e del meno passeggiando verso il Canal, ovviamente con il basket quale argomento preferito. Equilibrato e animato da quel semplice ma raro senso di protezione: “forza e coraggio (il suo motto), la prossima volta andrà meglio”. Potrebbe sembrare una banale frase di un allenatore al proprio giocatore, invece c’è tutta la coerenza di un timoniere che sapeva difendere i propri uomini.” Diede lustro poi alla SGT nei tempi d’oro deli anni ‘90, quando Piero Franceschini dispensava “pedate nel sedere” di saggezza ai giovanissimi e lui in prima squadra costruiva un piccolo capolavoro delle “minors”. Chi scrive ha un vivo ricordo da giovane giocatore SGT, di un uomo imponente ma paterno, che calibrava con innato equilibrio l’autorevolezza e la leggerezza nell’aver a che fare con chi non era ancora strutturato; alla parola “scaldati” in prima squadra potevano passare 40 minuti con la speranza di vedere il parquet, ma state certi che a fine partita sapeva perfettamente come farti sentire importante (e farti passare l’arrabbiatura). Fine conoscitore del gioco, ha dispensato, sottovoce e con rispetto, illuminate interpretazioni tecniche fra i gradoni di Chiarbola e dell’Allianz Dome, guardando la Pallacanestro Trieste e seguendo le gesta del talentuoso figlio Graziano in giro per l’Italia. Chiuse la carriera di allenatore alla Lega Nazionale.Se ne va silenziosamente un signore della pallacanestro, Bruno Cavazzon. Non è passiva retorica di un uomo che è passato a miglior vita, all’età di 83 anni; è l’eredità di un vissuto a contatto con la gente, le stesse persone che ricordano i modi garbati, mai sopra le righe, rispettosi di un simbolo della Trieste cestistica. Robusto giocatore della Stock Trieste di fine anni 50 inizio anni 60, in serie A; un talento non indifferente con il peculiare tiro mortifero dall’angolo, tanto da ricevere le lusinghe della Simmenthal Milano, educatamente bypassate per motivi familiari. L’apice sportivo da agonista è la chiamata in Nazionale per le Olimpiadi di Melbourne nel 1956, esperienza mancata per “austerity” denunciata dal CONI. A cavallo degli anni ‘60/’70 chiude la carriera da giocatore con la storica Italsider del Presidente Simoncelli (nella mitica palestra “Della Valle”), divenendo poi allenatore. Nel 1978 diventa timoniere dell’Alabarda forgiando giovani virgulti che faranno poi parlare di sé, da Alberto Tonut a “Zorro” Zarotti, passando per Sergio Dalla Costa. Proprio dalle parole di quest’ultimo, storico addetto ai lavori della Pallacanestro Trieste, il ricordo più esaustivo e sincero: “Bruno è stato un fratello maggiore per me, il miglior compagno sportivo e amico vero. Lo vedo ancora arrivare con il giornale sottobraccio in Piazza Unità per disquisire del più e del meno passeggiando verso il Canal, ovviamente con il basket quale argomento preferito. Equilibrato e animato da quel semplice ma raro senso di protezione: “forza e coraggio (il suo motto), la prossima volta andrà meglio”. Potrebbe sembrare una banale frase di un allenatore al proprio giocatore, invece c’è tutta la coerenza di un timoniere che sapeva difendere i propri uomini.” Diede lustro poi alla SGT nei tempi d’oro deli anni ‘90, quando Piero Franceschini dispensava “pedate nel sedere” di saggezza ai giovanissimi e lui in prima squadra costruiva un piccolo capolavoro delle “minors”. Chi scrive ha un vivo ricordo da giovane giocatore SGT, di un uomo imponente ma paterno, che calibrava con innato equilibrio l’autorevolezza e la leggerezza nell’aver a che fare con chi non era ancora strutturato; alla parola “scaldati” in prima squadra potevano passare 40 minuti con la speranza di vedere il parquet, ma state certi che a fine partita sapeva perfettamente come farti sentire importante (e farti passare l’arrabbiatura). Fine conoscitore del gioco, ha dispensato, sottovoce e con rispetto, illuminate interpretazioni tecniche fra i gradoni di Chiarbola e dell’Allianz Dome, guardando la Pallacanestro Trieste e seguendo le gesta del talentuoso figlio Graziano in giro per l’Italia. Chiuse la carriera di allenatore alla Lega Nazionale.

Raffaele Baldini

Pubblicato il settembre 23, 2021, in BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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