
Esiste sicuramente il principio secondo cui quando arrivi in finale, con 6-7 mila persone che spingono alle spalle, non c’è stanchezza che limiti l’ardore agonistico. C’è però qualcosa di simile alla perdita di lucidità, l’acido lattico che imbriglia le gambe e offusca il cervello, anche se indicheresti al tuo coach di non sostituirti mai.
E’ capitato nella serie fra Forlì e Trieste con Ruzzier alle prese con i crampi, così come nella serie fra Cantù e Udine, in cui fra terza e quarta frazione di gara 4 le due contendenti stavano collezionando una galleria degli orrori cestistici. Paradossalmente Trieste ha una panchina più lunga ma coach Christian ha dichiarato amore incontrastato verso le rotazioni ridotte, cosa che coach Cagnardi aveva sposato dal primo minuto. Siamo quindi in una sorta di equo rischio, a meno che una delle due contendenti non riesca ad “investire” in qualche partita della serie, in cui, per ragioni di divari ampi, è possibile far riposare i titolari.
Mi sento di dire, a margine di tutto ciò, che la compagine giuliana ha quel lievissimo vantaggio dovuto alla struttura più snella degli effettivi. L’Acqua San Bernardo Cantù ha un roster fatto di gente pesante, strutturata, con logiche di recupero fisico leggermente diverse. Per contro, Moraschini e soci, hanno esperienza tale da poter gestire lo sforzo atletico ottimizzando le risorse.
Il manifesto per questa serie è tracciato: Trieste vuol far “ballare” Cantù, i brianzoli vogliono schiacciare i triestini.
Raffaele Baldini
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