
Fonte: Il Piccolo a cura di Raffaele Baldini
Trieste e Venezia, 160 chilometri percorsi per cambio di canotta cestistica, un comun denominatore fra le piazze che risponde al nome di Eugenio Dalmasson. L’indimenticato allenatore biancorosso ci aiuta a capire cosa c’è dietro la scelta di Mike Arcieri di portare Jeffrey Brooks in terra giuliana, e quella della Reyer di affidarsi a Juan Fernandez. “Partiamo col dire che Brooks – incalza Dalmasson – era sotto contratto con Venezia, questo per far capire quanto le sue competenze fossero di assoluto livello e riconosciute da una società ambiziosa come la nostra; è stato lui a guardarsi altrove per rimettersi in gioco. Il ruolo da comprimario cui è stato costretto dai nuovi arrivi a stagione inoltrata (Kabengele, Wiltjer) e da Parks sfruttato come numero “4”, ha convinto il ragazzo a cercare nuovi lidi, dando un’occhiata a Cantù, prima, scegliendo poi l’irrinunciabile offerta di Trieste, salita in serie A1. Uomo squadra, duttile e capace di coprire tre ruoli (ha giocato da “3”, da “4” e da “5”), in grado di dare un contributo a tutto tondo sia in fase offensiva che difensiva. Non sarà mai un accentratore, può fare partite da 20 punti ma non è quella la sua pallacanestro. Fisicamente integro, l’obiettivo è unicamente quello di restituire al ragazzo una centralità che è stata mortificata, soprattutto con l’esperienza milanese. Trieste è ideale in tal senso, ambiziosa e in grado di garantirgli minuti di parquet”. Sul “lobito” Fernandez, ovviamente l’intercessione di Dalmasson è stata una delle leve fondamentali per la scelta definitiva: “arrivò il suo procuratore, Igor Crespo, a Venezia in gennaio-febbraio – racconta Eugenio – dicendomi che Juan avrebbe voluto tornare all’attività agonistica. Ci siamo dati un nuovo appuntamento in primavera, nel quale si confermò la volontà del ragazzo, corredata da video di allenamenti tosti e da sensazioni positive generali. Noi eravamo nella necessità di sostituire De Nicolao, cercando un terzo playmaker di affidabilità ed esperienza, consci che il mercato non proponeva grandi possibilità. Non potevo quindi non considerare le qualità del “lobito” sopra a tutte; l’ho voluto vedere a Venezia per toccare con mano il suo stato fisico/tecnico, ascoltandolo e leggendo il suo linguaggio del corpo. Ho trovato un uomo nuovo, rinato, nettamente più sereno rispetto a qualche anno fa e con tanta consapevolezza in più; vederlo insegnare ai ragazzini, lui che è sempre stato un tipo schivo, mi fa capire che sta facendo un percorso nuovo, di grande profondità. E’ una sfida che vuole fortemente vincere, prova ne sia il fatto che non c’è stato bisogno di una trattativa economica e di nessun stimolo aggiuntivo. Lo conosco molto bene, se vuole una cosa la ottiene, mi son sentito di fare da garante per la dirigenza orogranata in virtù del vissuto triestino e delle sensazioni ricevute rivedendolo.” Brooks e Fernandez, due sfide professionali.
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