
Giochiamo a “sette e mezzo”?
Ricordate il gioco di carte “sette e mezzo”? Oggi la Pallacanestro Trieste è pienamente immersa in questa roulette russa, con l’avversario che, sommando le carte che si trova in mano, ha un bel “sette”. Carta… carta.. e anche la compagine di coach Christian arriva a “sette” e deve decidere se chiamare ancora un’altra. Fino ad oggi la “chiamata extra” ha rivelato una “figura”, quel mezzo punto decisivo per vincere, sotto forma di Brooks (con Milano) o Uthoff (contro Napoli). Si torna quindi al “vintage” che piace, la gestione anni ’80 con rotazioni a 7-8 effettivi, non essendoci coppe di mezzo e traendo tutti i benefici di una serenità nell’esprimere la propria pallacanestro. Un esempio? La metamorfosi di Valentine. Un qualsiasi allenatore avrebbe “smadonnato” dietro al giocatore cacciandolo in panchina nel primo tempo, regalandogli un “buono” per scarpe nuove. Jamion Christian invece, un po’ obbligato e un po’ per scelta filosofica, ha atteso il giocatore, ha aspettato che entrasse quel benedetto primo tiro per riavere il talento cristallino che poi ha spaccato in due la partita al PalaBarbuto. Per ora va bene così, io avrei osato un Campogrande qualche minuto, risulta invece necessario il rientro di Reyes, proprio per avere un “salvagente” in situazioni di palese deragliamento cestistico.
Quella faccia un po’ così…
Amo guardare il linguaggio del corpo… non solo femminile. Vi prego di incrociare la faccia ma soprattutto l’intensità dello sguardo di Markel Brown. Si può leggere tutta la personalità di un uomo in missione, di chi non vuole accettare la condizione di essere subordinato al volere altrui (leggi avversari ndr.); quando TUTTA la squadra aveva la testa bassa e l’encefalogramma piatto, il talento dell’uomo dalla Louisiana ha prodotto 6 punti in un amen che hanno girato psicologicamente il match. Purtroppo spesso gli sport di squadra premiano la fase offensiva, quella che incarna i sogni bagnati di ogni giovane atleta o l’immaginario di qualsiasi tifoso, la realtà è che Brown ha brillato con il “culo basso”, concentrato sui terminali più pericolosi partenopei (vedi Copeland ndr.), recuperando 5 palloni fondamentali. Arma totale.
Peso specifico, ci sono giocatori e giocatori
La pallacanestro è piena, stracolma di realizzatori, ben più deserta è la stanza dei giocatori decisivi. Mike Arcieri ha regalato a Trieste due cestisti che incarnano l’essenza di uomini che fanno la differenza, magari con piccole, infinitesimali cose non visibili per forza ad occhio nudo. Parlo ovviamente di Jarrod Uthoff e di Jeffrey Brooks, un’altra volta protagonisti con giocate pazzesche nei momenti che contano; le stoppate di Uthoff le trovo il manifesto dell’inerzia definitivamente spostata su Trieste, una tripla, LA tripla di Brooks per suggellare il break che tramortisce Napoli.
23 palle perse
Farei un ragionamento sdoppiato. La prima considerazione è che almeno 4/5 palle perse sono frutto dell’ “Holiday on Ice” a cui abbiamo assistito, con un sublime pattinatore come Denzel Valentine. Questa condizione non è giustificabile a questo livello, perlomeno smorza con un grado di attenuante elevato. Le restanti palle perse sono frutto più di distrazioni che di errori provocati, segnale pericolosissimo in vista delle prossime partite. Un’altra sfida con 23 palle perse sul groppone… la perdi al 100%. Molto spesso la genesi di un pallone perso risiede nella superficialità o leggerezza con cui si esegue un movimento offensivo, e questa volta proprio dai registi è partita questa debolezza. Se poi Valentine chiama un time-out stile NBA allora siamo alla distrazione cosmica…
Raffaele Baldini
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