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Analisi…da finale!

ANG_8889Ha vinto la più forte

Cinque partite sono una cartina tornasole credibile dei valori espressi dal campo. L’Alma Trieste ha vinto tre partite su cinque e ha sfiorato un’impresa esterna, per cui nessuna recriminazione sulla finalista. La genesi di un trionfo è da ricercare nel lavoro partito da lontano (anni ndr.), con protagonisti diversi ma una filosofia forte: triestinità, umiltà e gioco di sistema. Questi ingredienti sono stati per tutti gli attori chiamati in causa denominatori comuni, facilmente leggibili e imprescindibili. Esattamente come per Trento, Trieste si è data un progetto su cui puntare senza guardare all’immediato, costruendo solide fondamenta (guai a chi dimentica chi ha lavorato negli anni precedenti) aspettando l’impresario che costruisse la casa (Gianluca Mauro e Alma ndr.). Il gruppo è cresciuto sano, forgiato da un timoniere che se battesse più volte il cuore sotto la curva o si esprimesse con virtuosismi letterari incantatori sarebbe il nuovo “guru” della pallacanestro; invece vince, esce di scena per lasciare spazio ai propri giocatori e ridimensiona i complimenti. Gli altri urlano lui sottintende, gli altri vendono una facciata e lui costruisce la sostanza. La partita? Il consueto esaltante moto difensivo, oltre la fatica, con docenti del genere come “Bobo” Prandin  a capitanare una truppa invasata scottata del finale di gara 4; per la Fortitudo è stato troppo, nemmeno le perle balistiche di Legion o l’orgoglio di Italiano sono bastati per dare senso ad un equilibrio quasi mai esistito.

Cosa è stata la Fortitudo?

Non sarà simpatico (e nemmeno vuole esserlo ndr.) ma di pallacanestro ne capisce. Matteo Boniciolli non dopo Treviso, bensì dopo gara 2 con Trieste, ha capito benissimo che se si giocavano le restanti tre partite a basket, la squadra non avrebbe avuto una possibilità tecnico/tattica di vincere. Allora le conferenze stampa sono state un ottimo motivo per depistare l’attenzione, per lasciare aspetti del gioco a margine di tutto e attrarre mediaticamente l’opinione pubblica su situazioni di contorno. Obiettivo? Stressare mentalmente le placide abitudini giuliane, quelle non troppo abituate a questi climi. Per l’amor d’iddio, il coach triestino ha cercato di mischiare tatticamente un po’ le carte, soprattutto motivando alcuni suoi giocatori, ma da quel punto di vista ha tratto veramente poco. Poco al punto di far arrivare alla serie con Trieste un gruppo triste, che non sorride mai, nel quale il sapore della vittoria o della sconfitta ha il gusto insipido del professionismo, e basta. Stretto alle corde, si è affidato ai giocatori di classe, a costo anche di disconoscere cestisticamente il nipote (Michele Ruzzier ndr.), creando isolamenti per un fantastico Legion. Anche in questo caso l’uscita di scena ha radici lontane, nella formazione della squadra in sede estiva: americani sbagliati e altri con il “sacro fuoco” spento per dna, cambi balcanici quali complementi di…complementi, ed altri componenti del roster sul bollito andante. Rimane l’argento vivo di giovani extra-lusso: Leonardo Candi (direzione Reggio Emilia), Matteo Montano (a mio avviso sfruttato poco), Luca Campogrande, sono l’investimento da fare per il futuro.

Ha giocato tutta Trieste, l’emozione…ha voce!

Qualcosa del genere non la ricordo: ore di coda per il tagliando di gara 5, un fiume rosso 2 ore prima della partita accalcarsi fuori dell’Alma Arena, negozianti che dedicano merce e orari alla squadra di pallacanestro, centinaia di tifosi con gli occhi sbarrati alle 5 di mattina in attesa della sfida decisiva serale. Siamo alla follia collettiva, ogni spettatore ha portato con sé un pezzo di triestinità, magari anche per l’amico che non ha trovato biglietto, scatenando con la voce la voglia di caricare il gruppo mortificato da quel tiro di Candi in gara 4. Una marea di entusiasmo, civilissima e calda, con punta d’orgoglio raggiunto sul “Viva l’A e po bon” cantato a squarciagola con dedica a chi derideva il motto triestino. La storica “Fossa” silenziosa…o silenziata, anche l’ultimo strenuo tentativo di farsi giustizia a fine partita fuori dal palazzo si spegne inesorabilmente; perché c’è troppa voglia di festeggiare, troppa voglia di vivere ogni secondo di questa passione stagionale. Scatta il piano Bologna2, piani ferie caldi e circoletti rossi sul calendario…partendo dal 13 e 15 Giugno.

CrediAmoci

Ci sono motivi validi per pensare di battere la corazzata Virtus? Certo. Partiamo però da quello che servirebbe: la vittoria in trasferta. Su questo aspetto siamo un po’ indietro ma anche qui abbiamo qualche elemento per sorridere: la squadra di Eugenio Dalmasson ha sempre saputo imparare la lezione, è sempre cresciuta nella testa e nella personalità, manca solo quell’ultimo piccolissimo step…insomma, evitare il tiro di Candi. La Segafredo è roster (come immodestamente sostengo dalla prima giornata) perfetto per il salto di categoria: giovani rampanti, americani solidissimi, qualche figlio di buona donna che sa vincere. Punti deboli? Un po’ di imborghesimento latente, alcune espressioni poco tignose che potrebbero rappresentare sangue per squali giuliani. Il percorso della Virtus in questi play off potrebbe paradossalmente rappresentare il loro più grosso problema: squadre non trascendentali (anche perché Ravenna ha giocato con un americano), percorso in discesa e diversi giorni di riposo e quindi senza ritmo partita. Rigettarsi nel clima rovente di una finale potrebbe destabilizzarli, soprattutto in gara 1 con la responsabilità di vincere a tutti i costi davanti al proprio pubblico.

Raffaele Baldini (www.cinquealto.com)

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Pubblicato il giugno 9, 2017, in BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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