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Ho preso appunti sul basket italiano…

giornalismoFonte: Editoriale di Basketnet.it

Leggo pensieri e parole di addetti ai lavori, ascolto il “grido di dolore” dell’appassionato di basket, registro pallide versioni di una rivoluzione che non si vuole fare nella stanza dei bottoni. La sostanza è che siamo un paese a cui non piace l’ordine, alla costruzione del basso radicale viene preferito un effetto patchwork in salsa politica, giusto per anestetizzare un popolo assuefatto alla mediocrità.

Insisto nel dire che la radice di questa pochezza prodotta negli ultimi anni in Italia è da attribuirsi alla pochissima dedizione nelle giovani leve. Gli imberbi atleti sono sempre stati depistati da distrazioni, dalla notte dei tempi, ma la chiave di volta del florido passato stava nella straordinaria capacità degli istruttori (maestri!!) di instillare lo spirito di sacrificio. Oggi gli allenatori delle giovanili sono dopolavoristi annoiati (non tutti grazie a Dio) e trasmettono un messaggio piatto; ricordi di ragazzino degli anni ‘80 riportano alla luce  vere e proprie gare per portare il giocatore famoso agli allenamenti o proiettare nell’immaginario gesta di grandi eroi con la palla a spicchi. Anche la comunicazione non era tanto migliore di quella attuale, la mezza partita alla RAI, il quarto d’ora di Aldo Giordani alla Domenica Sportiva (ad un orario per soli adulti ndr.) o le partite NBA su Italia Uno sono alla stregua di un pacchetto Eurosport-Sky…insomma parliamo sempre di spettacoli di nicchia.

Assunto trasversalmente accolto (a parte Carlo Recalcati e pochi altri) è quello che in Italia ci sono troppo stranieri e dannatamente scarsi. E’ necessario tornare al sistema antico, quello che sta traendo ottimi dividendi in A2; i due o tre stranieri, lascio a voi la scelta se comunitari o extra, devono elevarsi qualitativamente al punto da costringere lo stuolo di italiani di contorno ad imparare al loro cospetto. In seconda serie sta accadendo proprio questo, la gente è intrigata dal leader esotico che sposta gli equilibri e si immedesima nel gruppone italiano, magari arricchito da qualche giocatore del vivaio. Ha ragione da vendere Gianmarco Pozzecco quando dice che ai suoi tempi i Danilovic, Djordjevic, Richardson erano docenti da cui non si poteva che attingere a piene mani.

Col tempo si è smontato anche il credo che gli stranieri portano abbonamenti. Milano fa abbonamenti perché ha un lavoro di marketing alle spalle di altissimo livello, Reggio ha vissuto un Rinascimento popolare grazie alla trazione italian-europea, l’andamento dell’incremento o decremento di affezionati nei palazzetti è legato ESCLUSIVAMENTE alla progettualità o meno della società (vedi deserto canturino). Ho visto con i miei occhi riempirsi più volte arene da 5-6-7 mila persone in A2, con tanti giovani italiani a darsi battaglia e qualche rookie affamato…ho sentito invece tanta gente annoiata dallo spettacolo proposto nella massima serie.

In ultima battuta la punta dell’iceberg, la Nazionale. La FIBA ci mette del proprio per mortificare ogni ragionamento, noi italiani piantiamo l’ultimo chiodo alla bara rendendo la massima espressione del movimento un ritrovo variegato di mestieranti. Con tutto il rispetto ma nella lista di Meo Sacchetti ci sono troppi elementi che qualche anno fa non avrebbero nemmeno piegato gli asciugamani con la maglia azzurra. Questa era l’occasione per radunare atleti sotto i 23 anni, lasciando perdere così una valutazione qualitativa al ribasso su trentenni senza futuro, ed investendo del tempo su qualcosa di appena futuribile.

Troppo importante la qualificazione mondiale? Si, esattamente come quella degli anni passati, come quella olimpica, ecc…

Il pezzo non a caso è stato deciso di farlo uscire il giorno dei morti.

Direttore Raffaele Baldini

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Pubblicato il novembre 2, 2017, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., HighFive, News con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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