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“Tutti si assumano le proprie responsabilità!”

Senza nomeIl tritacarne dei social, tanto cavalcati dalla società biancorossa per la comunicazione, ora assume l’inquietante forma di un boomerang che torna indietro con decuplicata violenza. La figuraccia di Jesi (non è catalogabile altrimenti) apre uno squarcio profondo sull’idillio squadra/tifosi, acuito da chilometri di passione mortificati in quaranta minuti di nulla cestistico.

Tutti colpevoli quando si parla di sport di squadra, nessuno escluso, con un bersaglio grosso (quindi facile da colpire) che risponde al nome di Eugenio Dalmasson. Non amo la cultura dell’allenatore capro espiatorio (men che meno verso un uomo che ha fatto annate strepitose a Trieste), pur considerando che la famosa asticella alzata ha messo a nudo diversi limiti del timoniere veneto. Anche perchè non più tardi di un anno fa lo stesso coach, con lo stesso benedetto gioco di “sistema”, ha regalato una delle stagioni più esaltanti a Trieste, nel campionato più tosto per valore delle avversarie. Quello che imputo maggiormente a Dalmasson, uomo che ha ben chiari i propri coni d’ombra, è di non aver osato, sperimentando su se stesso evoluzioni tattiche oltre il bagaglio maturato negli anni. A questo livello vedere due, tre, quattro, cinque partite con la stessa chiave tattica che imbarazza una squadra (si si, proprio la vituperata “zona”), non è pensabile. Anche qui però le attenuanti ci sono: la stessa “zona” qualche mese fa o l’anno scorso veniva mortificata da pochi ma incisivi movimenti, ma soprattutto da un “timing” consapevole. Nessun giocatore a questi livelli deve aver bisogno di esser preso per mano per leggere una difesa a “zona”.

Da questo mi collego per sposare in toto l’esternazione di coach Dalmasson, cioè che TUTTI devono assumersi le proprie responsabilità. “TUTTI” vuol dire la somma dei giocatori che indossano la canotta biancorossa, quella che ricopre un valore inestimabile nel panorama cestistico nazionale, quella che rappresenta una tradizione cittadina. Allora è il caso di fare un profondo esame di coscienza verso chi da qualche mese sta con presunzione svolgendo il proprio mestiere. Vedo giocatori spenti nel linguaggio del corpo, impigriti da una comoda sistemazione che non mette pressione, sordi alle indicazioni dello staff tecnico. Purtroppo non bastano le “ruffiane” prestazioni casalinghe per abbindolare il tifoso triestino, abituato a capire prima principi etici che hanno esaltato gli anni scorsi.

Alzare le cifre nei contratti non vuol dire approcciare alla pallacanestro con sufficienza, altrimenti alla classe presunta di un giocatore come Juan Fernandez, il triestino medio preferisce l’acerba ma generosa versione di Stefano Bossi.

Non è troppo tardi per cambiare la stanca inerzia degli ultimi tempi, non sarà neanche un dramma uscire da una coppa che poteva portare solo complicazioni  (lo stesso coach con “andiamo ad onorarla” ha detto in modo traslato “usciamo prima possibile”), diventerebbe però sanguinoso buttare via una stagione partita con i migliori presupposti. La lettera aperta del Presidente Gianluca Mauro mi ha convinto, un’assunzione di responsabilità senza paraventi; l’auspicio è che al manoscritto del numero uno non facciano seguito puerili manovre da struzzi quali allenamenti a porte chiuse (con spifferi), silenzi pilotati verso la stampa e creazione di fantasmi inesistenti.

E per tutti i giocatori: “Comandare non significa dominare, ma compiere un dovere”.
Lucio Anneo Seneca

 

Raffaele Baldini

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Pubblicato il marzo 4, 2018, in BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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