Quel rapporto azienda-dipendente che lascia strascichi in Pallacanestro Trieste

L’appassionato di basket sarà sempre animato da uno spirito romantico, spesse volte cieco, figlio di un senso di appartenenza che non si compra al mercato. E’ una condizione estatica unica ma che racchiude delle debolezze, in primis quel mancato cinismo nel giudicare situazioni antitetiche di principio a quelle del tifoso. Lo sport professionistico si fonda sul principio economico di uomini pagati per esprimere i propri talenti sportivi, esattamente come un’azienda, con la differenza che se non rendi…sei a casa.

E’ lapalissiano quanto sopra descritto ma è decisivo per capire che tifoso (e fruitore dello spettacolo) e azienda hanno quindi principi opposti. Poi, come in ogni ambito professionale, c’è chi darà quel qualcosa in più per etica e spirito aziendale e chi darà qualche attenzione in più ai propri dipendenti per sublimare il concetto di “gioco di squadra”. Tutto il resto sono “effetti speciali”, dal pugno sul petto dopo un canestro alle dichiarazioni d’amore di prammatica per accattivarsi la piazza. Purtroppo però queste forme artefatte di vissuto sportivo catturano l’immaginario dell’appassionato, lo rapiscono inesorabilmente, come è romanticamente giusto che sia.

Il popolo del web ha accettato malamente l’uscita di scena di tanti attori protagonisti delle ultime annate in Pallacanestro Trieste: Coronica, Da Ros, Dalmasson, Pecile, Paoli (rientrato poi dalla porta di servizio), Dalla Costa. E’ giusto però scindere quello che è l’attaccamento per chi ha dato tanto in azienda e quelle che sono scelte societarie. Il Presidente Ghiacci ha chiaramente fatto capire che si chiudeva un ciclo, con tutti gli annessi e connessi, con i sanguinosi “lutti” sportivi che necessariamente si porta appresso. Legittimo farlo, soprattutto in funzione di una proiezione futura tutta da riscrivere; senza essere ipocriti, il modus operandi è relativo, perché la sostanza che fa giurisprudenza.

Siamo onesti, se per i sopra citati, il Presidente Ghiacci avesse predisposto una conferenza stampa di commiato, con canotta commemorativa e virtuosismi da consumato paroliere, tutti e in primis i diretti interessati, avrebbero risposto: “Ecco la solita finzione per lavarsi la coscienza” (con improperi uscendo dalla sala). Quello che è mancato semmai è un aspetto chiave anche della pallacanestro giocata: il timing. Alla società è mancata la tempistica giusta, quella che anticipa ogni “chiacchiericcio”, che smorza pensieri negativi. E’ mancato il guardare negli occhi il proprio “dipendente”, descrivendo il progetto futuro e il motivo del mancato incarico professionale. E’ questione di rispetto, non di appartenenza o di sentimentalismi, una dura parte che spetta a chi ha ruoli di potere.

Ribadisco, sarebbe ipocrita e ridicolo trattare i giocatori come “figli”, perché il gioco presuppone interessi personali reciproci che, se convergono, sublimano un accordo. La discriminante rimane l’etica e la morale di ogni individuo.

Raffaele Baldini

Pubblicato il luglio 28, 2021, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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