“Quanto è difficile trovare il play giusto?” Bella domanda…

Gran bella domanda quella posta dal mio amico Alessandro Asta su City Sport: “Quanto è difficile trovare il play giusto?”… aggiungerei “soprattutto a Trieste?”. Ironia della sorte, nella città più virtuosa per la nascita o costruzione di playmaker (cito alcuni a caso Iellini, Attruia, Pecile, Ruzzier, Bossi, Spanghero, considerando il Poz un soggetto “da esportazione”), ecco che sembra diventare un rebus individuare le caratteristiche peculiari ideali per incastonarle ai roster in serie A. Parto dal fondo, cioè senza considerare il macro-aspetto che secondo il mio punto di vista destabilizza più di ogni altro, ma che approfondirò in ultima battuta. Un problema è l’assenza di General Manager competenti, cioè di chi, come nel secolo scorso, aveva la valigia pronta per guardare dal vivo protagonisti di Summer League o manifestazioni affini; non era solo una chirurgica analisi senza video artefatti e costruiti per vendere il “prodotto”, ma un fitto scambio di informazioni con operatori del settore. Spesso gli stessi GM si affiancavano agli allenatori per avere ancor più una sinergica visione d’insieme in funzione della scelta di un giocatore in un ruolo chiave nello scacchiere di una squadra di basket. Oggi viviamo un “lockdown” eremitico in cui allenatore e vice si chiudono a consumare ore di video e partite davanti ad uno schermo; sarà quindi la visione parziale e, a volte, aspetti celati del comportamento, a far incappare nel classico “bidone” stagionale. Tanto, c’è sempre il mercato aperto e i visti a disposizione, altro errore strutturale del movimento. Poi c’è un’altra leggerezza, quello di destinare economie spicciole per un attore fondamentale, anche perché l’asse play-pivot rimarrà sempre la colonna portante di una squadra. Poco spendi e poco hai, non puoi pensare di sfruttare limitate potenzialità di un cestista quando il regista, per logica, dovrebbe avere un Q.I. e una capacità tecnica superiori, non dimenticando ovviamente l’aspetto della personalità. Così si vedono passare a Trieste improvvisati playmaker come Grayson, Elmore, Sanders… alcuni addirittura con caratteristiche da guardia adattate alla regia. In ultima analisi, e forse la “pietra tombale” di un ragionamento ben più ampio, è che alla domanda “quanto è difficile trovare il play giusto?” si può rispondere laconicamente con un “ci sono sempre meno playmaker in circolazione”. La pallacanestro moderna, partendo proprio dalla NBA, ha esasperato la lettura del ruolo sintetizzandola in “point-guard”, cioè il playmaker che crea gioco. Ecco, quel “point” però spesso sta nell’accezione più egocentrica del termine, cioè un giocatore che può fare punti, e anche tanti. In Italia quindi si è attinto a piene mani al condensato fra regista e guardia tiratrice, come se la fusione dei due rendesse coperti due spot del quintetto. Inevitabilmente il nuovo soggetto 2.0 avrà caratteristiche “fastidiose” per i compagni, cioè sarà un uomo che riceve palla dalla rimessa e che può andare a concludere con 4 spettatori non paganti a fianco. Non solo, l’attitudine offensiva, può generare, in alcuni casi, un restringimento del cono visivo sul parquet, calamitata dal fascinoso rischiamo del canestro. Inoltre c’è una sempre minor predisposizione del playmaker a “dettare i tempi”, a capire quando correre o quando camminare, quale prolungamento del coach sul campo. Allora ci sbalordiamo quando vediamo Teodosic o Markovic anteporre il passaggio smarcante a soluzioni balistiche, perché non ne siamo più abituati, magari inebetiti da marcatori sublimi che alla fine però portano a casa il “foglio giallo” degli sconfitti e una squadra infelice negli spogliatoi.

Raffaele Baldini

Pubblicato il dicembre 3, 2021, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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