La Casa (passione) di Carta

Incertezza, pandemia, assuefazione, alibi sono elementi che concorrono ad una soggettiva idea comune di vivere la passione sportiva. Inquinamenti? No, li chiamerei umani condizionamenti, li stessi che il “Professore” nella celeberrima serie Netflix “La Casa di Carta” cercava di prevedere e di veicolare per il raggiungimento dell’obiettivo.

Nell’ennesima annata figlia delle misure sanitarie è venuta a galla la “struttura” più o meno labile del tifoso medio: c’è chi è “disturbato” dal colore della maglia per le Final Eight, chi dalle restrizioni per cui la presenza al palazzo diventa come un grido strozzato, chi intiepidito dal poco coinvolgimento societario. Tante, tantissime sfumature per cui non è possibile tracciare un comun denominatore. Per questo motivo io esprimo il MIO modo di intendere la pallacanestro cittadina, vestendo i panni del tifoso quale sono stato, quello da curva per capirci, che non rinnega una virgola del suo meraviglioso “integralismo sportivo”.

Parto dal presupposto che, da tifoso “prostaticamente” maturo, rifuggo dal principio effimero dei gesti eclatanti ma vuoti di contenuti; tradotto, l’opportunità di vivere la passione domenicale di alto livello, quindi la “pecunia” per dirla citando il compianto Frizzati, è necessità primaria nello sport professionistico moderno. Se questa si declina con maglie gialle, verdi, rosse o con “font” sgradevoli alla vista, mi interessa poco, perché quello che va in scena è la prima espressione di pallacanestro della propria città. I pugni sul petto, le goliardate ruffiane, gli artifizi, sono palloncini di elio che volano via allentando la presa del cordino.

Non solo, quello che va in scena sul parquet è un nuovo capitolo di una storia nobile che merita di essere vissuta nei suoi cambiamenti, nelle sue vicissitudini politiche, nei suoi colori: dal bianco-azzurro della Ginnastica Triestina al nero-arancio di Stefanel, passando per il nero-verde dell’Hurlingham… è un caleidoscopio che ha affascinato migliaia di appassionati, ben oltre i cromatismi. Se facessimo una questione di colore (moda ndr.), allora anche gli attori che vanno e vengono dalla porta girevole del mercato professionistico, sono meteore non degne di appartenenza. Invece ci siamo legati a Rich Laurel, Ivo Maric, Jordan Parks, Javonte Green, Juan Fernandez, siamo stati “traditi” (sentimentalmente) da quelli in maglia Stefanel, e continueremo ad essere “traditi” perché il “sacro fuoco” si alimenta con un senso di gelosa possessività.

La “casa di carta” della passione sportiva invece è confondere l’empatia (spesso ricattatoria) del momento con qualche bizzarro personaggio con un senso di appartenenza, è interpretare le restrizioni come un furto di sensazioni, cercare alibi dinnanzi a qualcosa che invece è talmente primitivo da sfuggire ad ogni paravento. Il tifoso vero è nudo, è come “mamma l’ha fatto”, bene, male, così come il cuore comanda.

Faccio fatica a pensare che l’Allianz Pallacanestro fra pochi giorni rappresenterà Trieste nel teatro più nobile d’Italia, assieme alle altre sette contendenti più forti, e qualcuno storcerà il muso per il colore della canotta indossata per l’evento. Faccio fatica a intiepidirmi per un fine settimana intenso di eccellenza cestistica, compressa in sfide “do or die”. Faccio fatica a pensare che alcuni voltino le spalle ad una realtà che sta regalando per il terzo anno consecutivo una squadra di livello.

Quando sono tifoso mi guardo indietro, vedo la storia di una passione, non come si è vestita o si vestirà. E’ la PALLACANESTRO TRIESTE, non come sodalizio, ma come la PALLACANESTRO di TRIESTE!

Raffaele Baldini

Pubblicato il febbraio 14, 2022, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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