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Carlo Fabbricatore: “Chiarbola e quel coro dell’Aida, ho i brividi quarant’anni dopo…”

37a80bd54f8de3081953b681717376a2-79512-d41d8cd98f00b204e9800998ecf8427eFonte: Il Piccolo a cura di Raffaele Baldini

Carlo Fabbricatore, detto “Carletto”, goriziano  ma residente a Milano per questioni lavorative. Un passato all’Olimpia Milano e Auxilium Torino, prima di vivere su doppia sponda il derby regionale, vestendo dal 1980 al 1982 la maglia dell’Apu Udine e dal 1982 al 1984 quella di Trieste. Oggi pungente opinionista visto sugli schermi televisivi a Sportitalia e letto su Basketnet.it, con un “regionalismo sentimentale” mai sopito.

Carlo Fabbricatore oggi vede il movimento al passo con i tempi: fra Petrucci con il rinnovato desiderio di “italianità” e la Lega spinta da Proli e Milano, sembra propendere per la seconda via…

“Certo che si. Da liberista del mercato trovo inconcepibile che i proprietari siano soggiogati a vincoli. Siamo in regime professionistico, per cui la libera circolazione deve essere tale anche nello sport; chi è forte gioca chi non è forte non gioca, questa dovrebbe essere l’unica legge. Rich Laurel, Jim McDaniels, Joe Allen e in generale gli stranieri sono stati la spinta per il movimento cestistico regionale, sono stati gli eroi che hanno calamitato migliaia di giovani al gioco del basket.”

Quanto c’è ancora in lei del “triangolo delle Bermude” regionale Gorizia-Udine-Trieste?

“Per forza di cose per il mio background rimango affezionato a tutte e tre le realtà regionali, conscio però che Gorizia tristemente non c’è più, che Udine ha riacceso una fiammella e che Trieste è l’unica oggi ad avere ambizioni importanti per la serie A.”

Perché Gorizia non esiste più e fatica a ritrovare la dignità perduta?

“Gorizia è un discorso a parte. Pur con un bacino minimale una volta le squadre erano rette da un nucleo di giocatori indigeni di livello; oggi i “figli” di quell’epoca non hanno più il “sacro fuoco” dentro. Poi la qualità degli allenatori a livello giovanile: una volta c’erano i Zorzi, Krainer, Bensa, Fait, Collini, Bisesi…oggi giovani che consumano qualche ora di allenamento, stancamente. Rimane il fatto che in una cittadina di 40.000 abitanti, in decrescita demografica, sarebbe complesso trovare giocatori in grado di competere ai massimi livelli.”

Udine e Trieste: un profilo di un vissuto in realtà così diverse…

“Due esperienze per certi versi simili e per altri diametralmente opposte. Ad Udine ho vissuto una realtà compassata pur giocando in squadre che divertivano, avendo grandi competenze italiane come quelle di Lorenzon, Cagnazzo, Delle Vedove, Savio e stranieri quali Szczerbiak o Cummings. Insomma mancava sempre una lira per fare mille lire in termini di concretezza. A Trieste giocavo davanti al pubblico più bello d’Italia, e non dico per piaggeria, numerosissimo e capace di cantare l’ “Aida” a squarciagola anche dopo le sconfitte; mi vien la pelle d’oca dopo 40 anni. Ho costruito amicizie importanti in quel periodo, da Gianni Bertolotti ad Alberto Tonut, passando per Piero Valenti e Wayne Robinson. Apprezzando un allenatore come Rudy d’Amico, capace di tirar fuori il meglio da ognuno di noi.”

A Trieste un’esperienza splendida, con il vecchio Chiarbola gremito ogni domenica. Segue ancora le sorti del basket giuliano?

“Certo che si, anche perché io tifo Trieste. Ogni domenica ho amici che la seguono e che mi ragguagliano con dovizia di particolari. Ho solo un unico pensiero per la mia amata città: calcolando che la serie A1 vedrà triplicare/quadruplicare i costi, la proprietà è attrezzata per questo step così importante?”

Chi va in A1?

“Trieste o Bologna (spero di non portare sfortuna alla squadra per cui tifo)”.

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Pubblicato il gennaio 18, 2018, in BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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