
Ambiziosi? Allora ragioniamo come tali…
Società ambiziosa? Si. Giocatori ambiziosi? Si. Volontà di arrivare in Europa? Si. Allora, per coerenza, il dibattito cestistico all’ombra di San Giusto deve per forza di cose alzare l’asticella. Anche perché, il rammarico per gente ambiziosa, può diventare il più fastidioso fardello da portarsi dietro a fine stagione. Contro Reggio Emilia le rotazioni corte hanno deciso la sfida, contro Trento, per certi versi anche. Quindi, la posizione Justin Reyes diventa una variabile che incide, inevitabilmente. L’andamento a singhiozzo, le prestazioni lontane da condizioni fisico/atletico accettabili, dopo un paio di mesi dall’inizio di campionato, fanno giurisprudenza; il ragazzo ha un problema ormai cronico (o con i connotati simili), non dare certezze allo staff tecnico significa rendere più tortuoso un percorso estivo che nella testa di Mike Arcieri era estremamente chiaro. Non a caso coach Dalmasson soleva dire che il ruolo di ala in serie A è di fondamentale importanza. Quindi, che fare? Se la riconoscenza varca i confini della fredda gestione professionale, allora Arcieri potrebbe pensare di prendere un rinforzo e “dimenticare” (in senso buono, cioè lasciar recuperare con estrema calma) Reyes fino a data da definire. Altrimenti, il roster ha dimostrato di poter sopperire al portoricano e la cadute stagionali possono essere ascritte ad un primo anno di praticantato nella massima serie (cosa che non sembra però essere nelle corde dello stesso GM). Di sicuro Mike Arcieri e società godono di credito, per cui alle volte si può fare un bilancio a tempo debito.
Un campanellino d’allarme
Due primi tempi fotocopia. A Treviso e Trento gli stessi connotati: accettazione del ritmo frenetico altrui, difesa aspettando che poi l’attacco risolva le questioni. L’avevo anticipato, se con Treviso è stato limitato il “gap” nei primi venti minuti, contro Trento e con un passivo enorme era impossibile recuperarla, pur andandoci vicino. L’approccio alle partite traccia il solco di quello che potrà essere, e Dio solo sa quanto è più agevole gestire la situazione comandando le danze. Trieste ha giocatori di enorme personalità ma, a Trento, onestamente son sembrati ragazzini spauriti, dediti più a reagire con l’istinto cieco che con testa e qualità. Domenica arriva la terza forza del campionato (sulla carta ndr.), ottimo viatico per reagire, visto che le facce incazzate alla sirena del quarantesimo minuto a Trento sono quelle giuste, quelle di chi non ammette di rivivere situazioni analoghe.
C’è tanto di buono anche in una sconfitta
Insisto nel definire la sconfitta la miglior cartina tornasole per giudicare una squadra, semplicemente perché è spogliata dagli orpelli emotivi, dal fascinoso referto rosa che spesso depista. Trieste sa di poter recuperare una ventina di punti in un tempo alla prima in classifica e senza Justin Reyes; sa di poterlo fare con due dei tre terminali più importanti nettamente sotto media (vedi Ross e Valentine) e con Jarrod Uthoff anch’esso sottotono. Giusto per ricordare: -2 e tripla di Valentine che si spegne sul ferro, e conseguente palla persa. Se Jamion Christian avesse cavalcato un più lucido Ruzzier al posto di Colbey Ross, si potevano trarre dividendi maggiori, anche se è capibile l’ “occhio di riguardo” verso i leader naturali del gruppo. In ultima analisi la tempra della squadra; il primo tempo avrebbe tramortito un toro, invece Valentine e soci hanno pazientemente ricostruito una identità offensiva ma soprattutto difensiva, hanno creduto nella rimonta, non accettano il responso del campo senza prima aver combattuto. Non è poco…
Raffaele Baldini
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