Quei 10 anni che condizionano le (non) scelte societarie

Pallacanestro-Trieste-Dalmasson-arrabbiato-17.1.2016-6Maneggiare con cura. Eugenio Dalmasson è molto più di un allenatore della prima squadra di basket cittadina, è un uomo che in 10 anni ha costruito vissuto un’empatia genuina con la città, ha maturato un percorso professionale credibile, ha vinto tutte le sfide che c’erano da vincere. Un coach dopo 10 anni di permanenza nella stessa società non è più oggetto di disquisizioni tecniche, è una filosofia di vita, non contestabile ma semplicemente condivisibile o meno.

Il gioco di sistema, l’avversione per la “zona”, l’inglese stentato, è tutto bagaglio della filosofia di cui sopra, oggetto di studi ma mai tradotti in tesi scientifica, la pallacanestro dell’allenatore veneto difficilmente potrà essere “tradotta”. Diventa quindi difficile anche contestare il momento storico dell’Allianz Trieste, se non nelle macro-chiavi che si palesano davanti agli occhi di tutti, senza per forza che ci siano dei colpevoli o degli innocenti.

Si parla spesso della chimica di squadra, quell’invisibile filo che lega i componenti di un gruppo e che li fa remare dalla stessa parte; c’è poi un aspetto trascurato che tale chimica deve esserci fra allenatore e giocatori. Rapporto evidentemente mai decollato, trasceso nelle ultime settimane e difficilmente circoscrivibile. Se negli anni le singole incompatibilità, da Lenardon sino a Holloway, poteva essere “curate” con l’aiuto dei compagni o isolando il “bubbone”, oggi sembra che ci siano due fronti distinti opposti. La legge dello sport impone una prescrizione inevitabile, quella di cambiare il timoniere vista l’impossibilità di cambiare 12 elementi, peraltro già sottilmente delegittimati dal coach.

Qualora si ricorresse a questa terapia d’urto (che al momento è lontana anni luce), consiglio di rifuggire da qualsiasi tribunale giustizialista, perché non se ne viene fuori. Meglio considerare una mossa coraggiosa presa per evidente incompatibilità delle parti.

Invito anche a non fare un funerale perché la storia meravigliosa fra Dalmasson e Trieste è un matrimonio che sfida le leggi professionistiche dei cicli; dieci lunghi anni, fra povertà e opulenza (poca), superando la crisi del settimo anno con la banda. La cultura cestistica triestina può andar oltre i luoghi comuni delle separazioni sportive, in cui c’è un “cristo” in croce e uno stuolo di Giuda a bagnare con aceto le ferite.

E con la stessa serenità con cui si mette in preventivo la fine di un percorso, la società è chiamata ad avere la giusta tempestività per intervenire, senza pensare che i dieci anni risultino un fardello condizionante; nel basket l’imponderabile è una delle componenti che lo rendono fantastico, per cui non c’è la certezza della cura, ma c’è la necessità di cambiare.

Oppure c’è un’ulteriore strada da intraprendere, fra il masochistico e l’etico: confermare Eugenio Dalmasson a prescindere per mandare un segnale forte alla squadra (da prendere metaforicamente a calci nel sedere) ma soprattutto per una riconoscenza che valica l’esigenza di restare in serie A. In questo caso è plausibile pensare che al prodotto estivo confezionato in sede di mercato, vadano sostituiti alcuni elementi ritenuti dal coach non all’altezza.

Momenti per decisioni forti, per uomini coraggiosi, non per il Ponzio Pilato di turno, nel rispetto dei tantissimi appassionati.

 

Raffaele Baldini

Pubblicato il dicembre 23, 2019, in BASKET NAZIONALE E INTERNAZ., BASKET TRIESTINO, HighFive, News con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. 2 commenti.


  1. Signor Baldini, anche se avrà già visto il video, le segnalo: dal min: 00:36 al 00:49. In questi secondi può trovare un nuovo editoriale.
    Cordialità.
    Libero.

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